anno XXV - ottobre 2003 - n.10
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Da dodici anni centinaia di persone -credenti, non credenti e "lontani"- si ritrovano attorno a un'antica chiesa sulle colline vicino Fiesole: un originale "laboratorio" di accoglienza e di ricerca spirituale voluto da don Luigi Verdi, giovane sacerdote "senza collare".
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La pieve dei cani sciolti di Vittoria Prescindaro
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Giosuè accarezza una pietra e la espone ai raggi del
sole La passa nelle mie mani. Dentro una frattura della pietra ha fuso una
goccia d'oro. Mi guarda e mi dice con un sorriso: "Troppo preziose le
ferite"». Un amico che ti guarda negli occhi. Una ferita che diventa
preziosa. Materiali poveri che si trasformano in oggetti d'arte. E mani che
stringono in un abbraccio e danno vita. Per raccontare la Fraternità
di Romena e il suo fondatore, don Luigi Verdi, puoi scegliere tante strade.
L'accoglienza e i corsi, la pieve e il Casentino, i compagni di strada famosi e
l'apertura ecumenica, le pubblicazioni e il lavoro artigianale. Il brano
dell'introduzione a Frammenti, raccolta di pensieri del pastore riformato Giosuè
Boesch, sintetizza bene lo spirito di questa esperienza nata in un angolo della
campagna toscana, dove l'antica pieve, che ospitava i pellegrini diretti a Roma,
è diventata «porto di mare» per tanti cercatori di oggi. Partiamo dalle mani e dagli
occhi. «La crisi è sempre vista come un problema e invece è un'opportunità»:
don Luigi, 45 anni, inizia così il racconto della svolta che lo ha condotto a
Romena. Famiglia semplice, «mio padre era spazzino, mamma casalinga», primo di
cinque fratelli, vocazione a vent'anni, improvvisa. «Non ero esattamente un
tipo casa e chiesa. Ero il più giovane distributore de L’Unità, ad Arezzo.
Poi conobbi un sacerdote molto legato a figure "toste", profetiche...
padre Vannucci, don Milani... Mi piacque e una notte di Natale decisi che volevo
fare il prete». Al settimo anno di parrocchia,
a Pratovecchio, diocesi di Fiesole, arriva la crisi. Luigi va dal suo vescovo e
chiede di essere lasciato libero per un anno. «Fu grande, capì che avevo
bisogno di rientrare in me, ma seguendo la mia strada». I primi tre mesi
sabbatici li trascorre lavorando di notte in un bar di Monterchi, «tra
camionisti e puttane». Poi altri tre mesi tra i campesinos della Bolivia, zaino
in spalla. E infine nel deserto, alla scuola di Charles de Foucauld. «Quando tornai dissi al
vescovo che continuavo a fare il prete, lì, senza scappare, ma per qualcosa che
sentivo mia , L'idea è mettere a frutto quell' anno passato alla scuola della
strada, dove aveva imparato tre cose: Dovevo togliere la maschera, farmi vedere
come ero; vincere la timidezza, guardare la gente negli occhi; non nascondere più
la mia debolezza, ma costruirci su». Mostra le mani e la caviglia:
ci sono volute sette operazioni per porre rimedio ai danni di un medicinale
sbagliato assunto dalla mamma durante la gravidanza: «Quando sono nato, le dita
delle mani e quel le dei piedi erano appiccicate. Le ho nascoste per anni. Poi
ho capito quella parola di Gesù: la pietra scartata è diventata testata
d'angolo... lì dovevo costruire». È un fiume in piena. L'ironia
e il colore della parlata toscana ci sono tutti, «poi scrivi tu...». L'antica
pieve romanica, poco fuori Pratovecchio, con la benedizione del vescovo diventa
un laboratorio di accoglienza. Sul canovaccio della sua crisi, «che è quella
del figliol prodigo», Gigi - come lo chiamano gli amici - costruisce il primo
corso: un'esperienza di conoscenza di sé e di semplificazione per arrivare
all'osso, individuare i "nodi" su cui lavorare. «Ognuno ha due-tre
problemi di base, il resto sono alibi per nascondere quelli veri», dice il
prete. All'inizio rispondono gli amici più stretti, poi c'è il passa parola.
Dopo dodici anni, il libro-presenze conta quasi seimila nomi per questo primo
corso dal taglio umanistico-psicologico. Sono le parole di Rumi, il
grande mistico sufi, ad accogliere l'ospite di turno: «Vieni, chiunque tu sia.
Sognatore, devoto, vagabondo, poco importa. Vieni anche se hai infranto i tuoi
voti mille volte. Vieni, vieni, nonostante tutto, vieni». In questi anni, le
tre navate d'arenaria ruvida e severa della pieve hanno ospitato un'umanità
varia. Industriali e prostitute, ragazzi marginali, coppie in difficoltà, preti
e religiosi in crisi, famiglie colpite dal lutto di un figlio. La vocazione è
scritta nella pietra, scolpita nel primo capitello a destra: «Alberico plebanus
fecit hanc opram, tempore famis MCLII»: la pieve è nata per la gente in tempo
di carestia. «Su quel capitello io leggo la mia storia, ma anche il senso più
vero della parola crisi: opportunità di cambiamento». È l'oro nelle ferite. È quel
metallo prezioso che Gigi, alla scuola di Giosuè -l'orafo svizzero diventato
pastore, eremita tra i boschi del Casentino, amico della Fraternità- lavora
nelle cicatrici del legno, nei solchi della pietra, nelle incrinature del ferro.
Costruendo icone e sculture da materiali poveri.Nel suo laboratorio Gigi crea
oggetti che dicono Dio in maniera originale, la sua. È la proposta che chiude
il II° corso, in cui «si cerca Dio senza parlare di Lui». Ogni partecipante è invitato a creare la sua icona
per dire dell'incontro con l'Altro. Durante i due giorni il silenzio, i gesti,
le emozioni, sono le vie per aiutare «l'innamoramento». La strada del pane,
che ripercorre i segni dell'ultima cena; quella del tè, che prende dalla
tradizione giapponese la riscoperta della sacralità di ogni piccolo gesto,
dello straordinario nell'ordinario. E quindi la via di Francesco, la veglia
notturna di preghiera. «È un cammino laico, perché qui c'è gente di tutti i
tipi, persone che non si sono mai avvicinate a una chiesa», chiarisce don
Verdi. Perciò quando deve collocare la sua esperienza nel panorama ecclesiale,
Gigi la definisce «un avamposto che cerca di sfondare le porte della divisione
tra mondo e Chiesa, per gente cosiddetta "lontana"». Se il secondo corso si ispira
alla luce che filtra nel buio, dalle bifore e dalle monofore (che secondo la
legge del numero perfetto, il sette, si ripetono nell'antica pieve), il terzo
corso trova spunto tra gli alberi e si chiude con l'olio, l'unzione per il
servizio. Anche qui «si tratta di un'esperienza da fare, più che di cose da
dire». Una passeggiata nel bosco, di notte, guidati da un cieco è una delle
"prove" che aspetta i partecipanti. «Wolfgang Fasser, fisioterapista
svizzero, maestro di musicoterapia, non vedente, li aiuta ad ascoltare i rumori
del bosco, il vento, gli uccelli... imparano a fidarsi di un cieco». Quest'ultimo corso è una
strada per iniziare un cammino di servizio, anche in Fraternità. Da assistente
ai corsi, ad animatore nella Compagnia delle arti, un gruppo che realizza
gratuitamente animazione teatrale e musicale nei luoghi della sofferenza, dagli
ospedali agli ospizi. Da collaboratore per la messa della domenica pomeriggio,
quando si ritrovano in centinaia nella vecchia pieve; a guida per i corsi di
varia natura - biblici, sulla corporeità, sulla famiglia- che si organizzano
una volta all'anno e proseguono con incontri mensili. O ancora per le feste
celebrate a ogni cambio di stagione, per il gusto di incontrarsi, salutarsi,
ascoltare insieme un testimone o della buona musica; o per le veglie che la
Fraternità tiene in giro per l'Italia, per ritrovare coloro che hanno
partecipato ai corsi. Così negli anni, intorno al primo nucleo di una
dozzina di persone che compongono lo zoccolo duro della Fraternità, si è
formata una comunità più ampia di collaboratori. Chi può si ritrova a Romena
per pregare la mattina e la sera, ma tutto con grande libertà. La pieve è per
tutti un punto di incontro, per nessuno di sosta. Lo stesso don Luigi ha scelto
di vivere nella foresteria del monastero delle Camaldolesi di Pratovecchio, «l'Eucaristia
che celebro ogni mattina è la mia forza». L'idea di qualcosa di più
strutturato, in forma stabile, che non pochi desidererebbero, quasi spaventa il
sacerdote. «Siamo in cammino. Tante cose che ieri mi sembravano impossibili poi
si sono realizzate», dice Luigi. Oggi gli stessi spazi non
permetterebbero altro tipo di sistemazione: la grande casa in mattoni che
affianca la pieve a malapena riesce ad accogliere la trentina di ospiti per i
corsi del fine settimana. Il sogno del prete sarebbe avere dei piccoli eremi,
autonomi, e mantenere in comune solo i momenti della preghiera, mattino e sera.
Sarebbe una sintesi originale. Come lo è un po' tutta Romena, che ha una sua
personalità, ma con l'eco di altre esperienze: i canti e le antifone hanno il
sapore della preghiera di Taizé; la cura del particolare, la ricerca del bello
nella sobrietà, l'uso dei materiali naturali, del legno e della pietra sono
quelli di Bose; così come la semplicità dell'approccio, la spensieratezza
della vita comunitaria è tipica di Spello. Una sinfonia di motivi giocati sui
due temi di fondo, l'essenzialità e il cammino, scritti nelle pietre
dell'antica pieve. |
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