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Avete mai sentito parlare di Charles Fourier? Il suo nome è appena citato nei libri di storia.
Poche righe per raccontare il suo sogno.
Era uno dei cosiddetti socialisti utopisti. A inizio Ottocento aveva pensato a un modello di società nella quale l’uomo si sarebbe realizzato valorizzando le sue inclinazioni, in cui ciascuno avrebbe potuto contribuire secondo il suo talento, offrendo come ricchezza la sua diversità.
Mi hanno sempre incuriosito i pensatori come Fourier, e ora capisco meglio perché: avevano fiducia nell’uomo, pensavano che non bastava il progresso a rendere migliore la vita, che per il passo decisivo sarebbero stati necessari migliori rapporti umani. Le comunità ispirate al suo pensiero fallirono. Ma non è questo che circoscrive la bontà della sua aspirazione.
Oggi la nostra società occidentale che, da Fourier in poi ha pure compiuto tanta strada verso l’emancipazione dell’uomo, si è chiusa in se stessa: le sue conquiste sono diventate il misurino su cui si giudica il valore delle altre culture, il suo benessere è diventato una cortina di superbia che punta a escludere chi si ritiene non vi abbia contribuito direttamente. Cresce una paura, una paura irrazionale, alimentata ad arte, per ogni contaminazione con chi ci porta esperienze che non si inquadrino nell’ambito di una presunta normalità. Questa chiusura sempre più ermetica, indirizzata soprattutto verso le migrazioni che caratterizzano questa fase della nostra storia, non è un segno di forza, ma di un progressivo impoverimento.
Lo diceva bene Fabrizio De André quando spiegava perché si appassionasse tanto a minoranze come gli indiani d’America e i rom: “Se non arricchiamo il nostro mondo con esperienze come queste, noi rischiamo di pensare che il mondo sia finito, che non ci sia più futuro”.
Ci sono mille e più ragioni umane e religiose per accogliere chiunque bussi alla nostra porta. Ma siccome evidentemente gli imperativi etici non bastano, proviamo almeno a renderci consapevoli che questi popoli, in cambio di un pezzo di pane e di un sorso di speranza, ci consegnano a domicilio una freschezza nuova, potenzialità che non abbiamo mai conosciuto. È un travaso prezioso anche per la nostra anima: “In Italia e in Europa – scrive Antonietta Potente – non arrivano solo degli emigranti che cercano uno spazio per vivere, arriva anche una sapienza differente e un’immagine di Dio differente. Quando si sposta una persona non si muove solo una cultura, quando i popoli emigrano non si spostano solo i loro modi di vivere, cambia anche Dio. E il Dio più bello è un Dio itinerante, un Dio che cammina”.
Accogliere, allora. Perché accogliere vuol dire ascoltare la vita, qualunque linguaggio essa parli.
Accogliere, anche perché non è vero che la nostra coscienza personale e di gruppo si afferma proteggendola da ogni innesto. Al contrario scopriamo chi siamo solo grazie al confronto con chi è diverso da noi, perché lì sperimentiamo la nostra identità, la liberiamo, la ritroviamo rafforzata da una consapevolezza nuova. Nessuno nega la fatica. Le differenze culturali e sociali sono spesso rilevanti, le incomprensioni inevitabili.
Però quello che conta è ritrovare la spinta, è riprendere la direzione verso il sogno.
Il sogno che il mondo diventi una casa per tutti. Abitata da una meravigliosa, straripante varietà.
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