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“È la casa di mio Padre, ma freddi stanno gli oggetti l’uno accanto all’altro, come se ciascuno badasse ai fatti suoi che in parte ho dimenticati, in parte mai conosciuti. Quanto più si indugia fuori dalla porta, tanto più si diventa
estranei” . Queste parole di Kafka mi ricordano quello che anch’io provavo tornando a casa dopo il primo anno passato in seminario; per la prima volta compresi che la nostalgia non nasce solo come rimpianto di una terra perduta, ma anche quando sperimentiamo in noi una diversità. Il minimo di felicità per ogni persona nasce dal sentirsi a casa da qualche parte, quando trova un luogo dove gli oggetti sono caldi, la porta è aperta e il focolare acceso.
Oggi sono ormai successe troppe cose che non dovevano succedere e quel che doveva arrivare non è arrivato. In tutti noi, i segni della debolezza umana, la vigliaccheria, la diffidenza e la paura dettata dal
“buon senso”. Ci lamentiamo di tutto quello che cambia e abbiamo paura di capire quello di cui il vento parla. Lo straniero viene presentato come un “nemico” che invade i nostri paesi del benessere, come qualcuno che disturba l’ordine sociale, che crea dei problemi senza soluzioni. Un clima di paura, di insicurezza si diffonde nelle nostre città e purtroppo non solo nei paesi sviluppati, ma anche in quelli poveri.
L’altro vale tanto quanto serve. Infatti si rifiuta la sua presenza quando costituisce un rischio o un impedimento alla propria. Non si uccide solo con la spada, ma anche affermando che il senso del vivere altrui è funzionale al proprio vivere. Accogliere l’altro a livello funzionale non vuol dire necessariamente che in tutti i momenti si cerchi di usarlo in vista dei propri scopi. Vuol dire però che lo si accoglie o lo si rifiuta a determinate condizioni, cioè in base al suo piegarsi o non piegarsi ad esse.
Un’amica, Nelya, per altri “straniera”, per me “in
cammino” verso l’unico monte della vita, mi dice: “Sì, sono straniera e non sono povera, come pensano tante persone. Sì, sono venuta in Italia per denaro però ho trovato di più e mi sento come una ricchissima persona del mondo… Questo periodo di prova mette in gioco in me pazienza e
coraggio”. Sì, sono proprio la pazienza e il coraggio che noi non abbiamo più, il regalo che Nelya e gli altri portano come nuovi Magi al nostro pezzo di mondo.
Abramo accoglie tre ospiti nella sua tenda, lava loro i piedi, offre cibo e ristoro, e ci indica le due condizioni che muovono in noi l’accogliere la diversità.
La prima condizione è che uno accoglie l’altro senza neppure conoscere il suo nome e la sua storia; per questo accogliere è un rischio, puoi trovare un bandito o un angelo. L’accoglienza ci chiede di aprire gli occhi a modi di essere che non sono i nostri, fioriti sotto altri soli, bagnati da acque diverse, ma che sono altrettanto rifrazioni dell’unico Essere in cui affondano le radici di ogni uomo.
La seconda condizione è che Abramo vive in una tenda e per questo anche lui si sente forestiero in questa terra. Rotta l’armonia con Dio e tra le persone, il rapporto con la terra sarà un rapporto di dominio, un rapporto guidato dalla logica del possesso e della difesa l’uno dall’altro.
L’immigrato è ansioso di non essere più considerato come uno straniero, sa che questo bisogno cessa quando diventa se stesso e non più un modello sospetto. Lo straniero paga il prezzo alla sua e alla nostra estraneità cercando di essere se stesso in qualunque luogo, diventando così portavoce della solidarietà umana.
Ogni tempo di crisi e quindi di passaggio esprime il peggio di sé, di razzismo e di egoismo, di violenza e di paure. Ma anche se le cose sembrano non cambiare, anche se tutto sembra continuare come prima, dobbiamo scrutare l’orizzonte, fiutare l’aria e gettare il seme. Il sogno di futuro è tutto dentro la realtà, occasione non prevista dai programmi. Torniamo al sogno di Dio e ai sogni profondi del cuore umano, tornino le campane delle Chiese a lanciare colombe, ogni schiavitù sia liberata e ognuno sia sciolto dal vento in cenacoli di carezze delicate.
Mi sento come un piccolo campo di battaglia su cui si combattono i problemi del nostro tempo.
L'unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia.
Quei problemi devono pur trovare ospitalità da qualche parte, trovare un luogo in cui possano combattere e placarsi.
Etty Hillesum
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