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Nella Bibbia come nella natura, nell'arte come nel nostro cammino quotidiano non è difficile accorgersi di come la diversità sia l’alimento della vita.
Nell’ultima lezione che ho seguito sulla Teologia del Vangelo di Marco il professore si è comportato in un modo molto strano. Come per tutti gli insegnanti anche lui credo che abbia dei problemi con il tempo e la mole immensa del programma da svolgere, eppure ha dedicato quasi un’ora intera a spiegare le posizioni di alcuni studiosi che lui non condivideva, posizioni oggi decisamente superate dalla maggioranza degli studiosi. Le ha spiegate accuratamente, senza fretta, direi con delicatezza, scrivendo i loro nomi e le date alla lavagna. Ognuna di queste posizioni era superata dalla successiva, ma qualcosa della precedente rimaneva nella nuova. Mi è piaciuto molto questo parlare e lo confronto con il mio modo di cercare sempre una sola parola, quella vera e definitiva.
Penso anche a quel libro, patrimonio dell’umanità, ma aperto solo da alcuni, il Talmud. Nel mezzo della pagina ci sono alcune parole e tutt’intorno le spiegazioni di tanti maestri che mai concordano fra loro. Ognuna però è conservata accanto all’altra. Come se oggi intorno ad un evento si conservassero con cura e affetto i pensieri di Bossi, Berlusconi, Bertinotti, Dalai Lama, Bush… ammettendo che siano tutti maestri. Un libro veramente strano, un sogno.
Ma forse anche la Bibbia è questo tipo di sogno. Ci sono così tante diversità da far paura: come si fa a mettere insieme il Libro dell’Esodo con il Libro del Qohèlet? Uno pieno di speranza e l’altro di cinismo. Mi chiedo spesso anche come avranno fatto a decidere che i Vangeli sacri erano “quattro non uno di più e non uno di meno”; chissà quante discussioni! Sono così diversi che sembrano parlare di Gesù diversi. Gesù aveva una doppia natura, non una quadruplice personalità! Se avessimo dovuto decidere oggi certamente ne avremmo scelto uno solo.
La stessa dinamica succede nella musica: come è bello, ad esempio, quando nella
Bohème di Puccini Rodolfo e Mimì si parlano d’amore e di morte piangendo mentre Marcello e Musetta litigano per gelosia, la contemporaneità delle voci è straordinaria.
E la natura intorno a noi? I boschi con la varietà dei colori dell’autunno?
Quasi che la natura volesse darci una scorta di bellezza per sopportare la nudità.
Tutto della vita intorno a noi ci parla della diversità, della varietà. Non c’è vita senza diversità, senza contrasto. Anche quando lo spermatozoo è entrato nell’ovulo per diventare uomo deve cominciare a dividersi e a dividersi ancora tante volte.
Ovunque ci si giri la vita ha bisogno di diversità.
Fu così anche secondo la Bibbia quando Dio per creare la vita separò le acque di sopra da quelle di sotto, la terra dal mare… Fino a che tutto era Uno non c’era posto per la vita, non c’era posto per l’uomo.
A noi uomini Dio ha affidato il compito di portare avanti l’opera della creazione, ma invece di salvaguardare la diversità abbiamo la tendenza di riportare tutto a uno.
Ci fu un momento in cui “Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche
parole”, fermarono il cammino e costruirono una Torre, simbolo di forza e di potenza. Una prigione e un’immobilità da cui Dio ci liberò con il dono della diversità delle lingue. Il problema delle diversità è che assomigliano molto ai contrasti più che all’armonia. E i contrasti noi cerchiamo sempre di superarli, è inevitabile. Ma c’è stato il giorno della Pentecoste: gli apostoli per le strade di Gerusalemme non parlavano un’unica lingua che tutti potevano comprendere, parlavano la propria lingua, ma i rappresentanti dei popoli di tutta la terra li comprendevano
“ognuno nella propria lingua”.
C’è quindi un’alternativa all’uniformità o ai contrasti, se si parla la propria lingua gli altri possono capirci nella loro. Parlare la propria lingua: essere se stessi, non la bella o brutta copia di altri, essere se stessi. La diversità, potremmo dire, non ci chiede di essere migliori, di cambiare, ma di essere se stessi.
Per questo Dio alla Torre di Babele ci ha fatto il dono delle lingue diverse, della diversità, per imparare ad essere noi stessi, per tornare ad esserlo. Siamo così sicuri che meriti diventare se stessi e non qualcosa di meglio? Un problema antico, anche Adamo ed Eva ci pensarono e decisero di non essere se stessi, ma di diventare qualcosa di meglio. Da allora non abbiamo mai smesso di mangiare il frutto proibito, di prendere
strade sbagliate. Ma non ce la faremo, Dio ci vuole troppo bene, manterrà le diversità e queste diversità continueranno a farci del male fino a che non impareremo ad essere noi stessi, a riconoscere i nostri bisogni, i nostri desideri e gli altri intorno a noi.
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