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Siamo sempre così attenti alla difesa delle nostre convinzioni, sempre pronti a portare anche gli altri dalla nostra parte. Ma è sana, ci fa bene, e soprattutto ci fa crescere questa difesa a oltranza dei nostri punti di vista?
Dovunque vai nel mondo trovi gente che litiga, anzi, magari litigasse… Il più delle volte le persone passano giorni e giorni a rimuginare rancori e a creare fazioni. Così vai in un ufficio e scopri che quelli del piano di sotto ce
l’ hanno con quelli del piano di sopra e… si fanno la guerra. È così nei posti di lavoro e pure in tante famiglie. Così è nei gruppi, nelle associazioni, nei luoghi del tempo libero.
È come se non si riuscisse mai a trovarsi d’accordo e a smetterla di pensare all’altro come ad un antagonista. E tutto questo porta a buttar via un sacco di risorse e a coltivarsi dei mal di stomaco che ci rovinano le giornate.
Chi si occupa di queste problematiche, penso alle organizzazioni, al mondo educativo, alle famiglie, alle chiese di tutte le latitudini, in genere imposta il discorso intorno ai valori. Si richiama la gente alla buona volontà e a tutta quella serie di grandi principi in cui ognuno crede, i valori appunto.
Ma questo non funziona più o forse non ha mai funzionato. Per un motivo semplice: anche il terrorista, paradossalmente, agisce e ammazza in nome dei valori, i suoi certamente. Ma anche chi lo contrasta in realtà fa lo stesso gioco, agisce in nome dei propri. Non sto dicendo che bisogna lasciar stare i terroristi, dico che bisogna cambiare strategia, perché più si insiste su questo tasto, sul difendere i propri valori, più si creano barricate e distanze.
Hai mai parlato, per esempio, con una coppia in crisi? Ti sarai accorto che ognuno dei due pensa e difende le proprie posizioni e in quello spazio magari ha tutte le ragioni per farlo. Però se insisterà su quelle aumenteranno le tensioni.
C’è una chiave diversa che potrebbe aiutarci, ne esiste una soltanto, utile a risolvere i nostri litigi o le nostre piccole o grandi guerre. Si chiama “le ragioni dell’altro”.
È una chiave difficile, complicata perché non è sovrapponibile ai nostri valori. È tutta un’altra cosa che ti impone un cambiamento di ottica e di valutazione. A volte si accoglie l’altro, partendo dai nostri valori, perché si vuol essere buoni, per esempio, o si vuole essere giusti, ma questo si chiama sopportare, non accogliere. A volte ci facciamo in quattro per cercare di convincere qualcuno delle nostre verità, ma questo si chiama pretesa, non accoglienza. È la pretesa di cambiare gli altri, di portarli ad assomigliarci.
La pace nasce da un rovesciamento di fronte. L’altro, ogni altro, nella sua diversità ha le sue ragioni e cercare di scoprirle e di accoglierle potrebbe essere la nostra fortuna. Il mondo cresce sulle differenze, non sulle somiglianze, sennò gonfia, non cresce. Non ci si sposa forse con persone diverse da noi perché ci possano completare e ci siano utili? Se uno è uguale a te, cosa potrebbe darti in più di quello che tu già hai? Non ha senso quindi passare il tempo a spararci addosso, magari sbandierando l’idea che stiamo facendo chiarezza, che è giusto dire quello che pensiamo. C’è un solo gesto che porta luce alla vita, si chiama accogliere: in tutto ciò che è diverso da noi potrebbe esserci un’opportunità, anche per noi.
La gloria di Dio è la gloria di chi entra nella casa dell'altro, di chi sbenda gli occhi,
di chi apre tombe ammuffite dicendoti "Vieni fuori".
Angelo Casati
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