La sana follia di Alda (di Milly Mammoliti)

 

La scomparsa di Alda Merini è occasione di un ricordo commosso di tutta la poesia che ci ha lasciato. Ma anche occasione per pensare a quanta bellezza ci sia nella diversità, e quanto siano limitanti e grigi i recinti di chi vuol salvaguardare la normalità propria e giudicare quella degli altri.

L’anno scorso avevo scritto una poesia dedicata ad Alda Merini, e gliel’avevo mandata. C’erano possibilità – seguendo le sue modalità e i suoi tempi – che io potessi anche incontrarla. Purtroppo ora non è più possibile. Mi sono chiesta cosa mi avesse spinto a scrivere di getto quella poesia: in fondo io la Merini non l’ho mai conosciuta personalmente, l’ho solo molto amata attraverso i sui scritti e la sua storia. 
La risposta è che sono rimasta attratta, colpita e anche affascinata dalla sua diversità.
Una diversità che per certi versi, racchiude tutte le diversità di cui solitamente parliamo.
Una personalità complessa, come ce ne sono tante, fuori dagli schemi di normalità che ci siamo dati. Ma tant’è. Lei è le sue poesie e le sue poesie sono lei. Amarla ed accoglierla nel cuore come una cara, vecchia amica è stato perciò un volo spontaneo della mia anima.
Alda è passata attraverso i suoi 78 anni con eccezionale lievità, in punta di piedi, con apparente fragilità, ma con forza straordinaria. I tanti anni passati dentro e fuori il manicomio non sono riusciti a scalfire la sua anima. O forse l’hanno scalfita, non so. Certamente lei ha avuto la straordinaria capacità di trasformare la propria sofferenza sia fisica che spirituale in un groviglio di fili d’oro che poi ha tessuto e ricomposto attraverso la sua poesia. Lei, rispetto ad altri “diversi”, è stata senz’altro privilegiata.
Ha sofferto nelle proprie viscere l’abbandono e la resa alla malattia mentale, i tanti tremendi elettroshock, l’allontanamento delle sue figlie, la negazione di poterle vedere, mentre una madre – diversamente malata – avrebbe potuto vederle; i suoi amori al di fuori e al di sopra di tutte le regole dove la differenza di età non ha costituito né scandalo né vergogna perché l’amato, l’oggetto dell’amore, è al di là di convenzioni morali o sociali, dove la passione, la carnalità e il gioco hanno fatto gridare la sua anima.
Ha vissuto l’amore per l’amore, punto e basta. Forse solo le creature pure, incontaminate, quelle definite “folli” riescono a provare questo tipo di sentimenti perché sono al di sopra delle parti e possono provarli e viverli nel cuore e nel grembo, senza colpa. È stata discriminata e additata per il suo passato da malata mentale, ha vissuto molti anni in condizioni economiche precarie. Si è sentita straniera nella sua città. Quando finalmente si sono accorti di lei, il più della vita era ormai passato e anche la sua salute fisica cominciava a venir meno. Invece, da parte sua, né risentimenti, né rimpianti, ma il ricordo di quegli anni passati in manicomio dove lei era “felice” con i suoi amici malati e dove il sostegno reciproco e la solidarietà erano le uniche cose per cui andare avanti.
Lei “diversa” accoglieva i suoi compagni di malattia “diversi” anch’essi, senza dare giudizi. Con loro riusciva anche a ridere e a divertirsi per qualcosa che solo lei e loro sapevano. Quello che li univa era il comune linguaggio della cosiddetta follia. Quella follia che, secondo Mario Tobino, sta dalla parte dei giusti, delle anime candide. Quella follia che fa piazza pulita di tutte le ipocrisie, le convenienze, i formalismi e che noi, pervicacemente, vorremmo che non esistesse. Così come vorremmo che ogni diversità non esistesse, perché limita i nostri spazi, i nostri pensieri, ci obbliga a guardarci nello specchio e ci crea imbarazzo e timore perché ci fa sentire inadeguati e allora diventiamo distratti, a volte aggressivi e spesso anche cattivi. 
Persone come Alda Merini nel mondo ce ne sono tante e tantissime di loro – paradossalmente meno “fortunate” di lei – rimarranno per sempre nell’ombra, ostaggio della nostra normalità.


La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini