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IL TEMPO DELLA CURA
di Maria Teresa Abignente
Come si custodisce un amore? Come si fa a conservarlo e mantenerlo anche nei momenti di vuoto, di silenzio, di buio?
Esiste un tempo, in quelle che chiamiamo "stagioni morte", in cui tutto sembra tacito e quieto, tanto quieto da farci pensare al nulla ed alla morte. Guardate ad esempio gli alberi d'inverno, nudi e scheletrici o il seme che abbiamo appena piantato, ingoiato dalla terra. Tutto appare silenzioso e finito. Eppure, in qualche parte invisibile e nascosta, qualcosa freme e nell'intima profondità della terra la vita si prepara. Che torto alla vita farebbe il contadino se, visto il suo albero senza più foglie, lo tagliasse inesorabilmente o se, impaziente, vangasse la terra con il suo seme. Probabilmente licenzieremmo il nostro contadino accusandolo di essere incapace ed incompetente e certamente non avremmo tutti i torti...
Eppure troppo spesso nelle nostre relazioni noi facciamo come quel contadino dilettante e appena avvertiamo silenzio e aridità decretiamo implacabili la fine di quella relazione. Ci comportiamo cioè come chi non sa nulla dell'attesa e della promessa di vita che porta questo tempo. Il tempo della cura. Un tempo fatto soprattutto di gesti umili, come quelli della terra che culla il suo seme, scaldandolo e dandogli nutrimento, riparandolo dal gelo e dal becco avido degli uccelli; un tempo fatto di minuzie che sembrano banali, ma che proteggono la vita; un tempo silenzioso, paziente, discreto come quello della linfa che lentamente sale verso i rami.
Agli occhi di chi ha fretta, di chi non conosce la scarna sapienza del travaglio, questo può sembrare un tempo senza senso, inutile come uno sterile accanirsi, eppure proprio allora e grazie a questa cura aiutiamo la vita a crescere. E la vita nasce sempre da un gesto d'amore. "Custodire e coltivare" significa allora "preparare", significa cioè fare in modo che qualcosa avvenga e avvenga bene, come quando si prepara una bella tavola per un giorno di festa. Significa cioè dar luce e forma a qualcosa che ancora non ha luce e ancora non ha forma, ma che esiste; qualcosa che è nascosta, ma c'è. In questo, solo in questo, possiamo dirci davvero creatori. Creatori delle nostre relazioni, delle nostre decisioni, delle nostre scelte.
Come dice il Piccolo Principe della sua rosa: "Lei, lei sola, è la più importante di tutte, perché è lei che ho innaffiato. Perché è lei che ho messo sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparato col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi. Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa". È questa cura e questa attenzione che rendono unica una rosa come tante altre, che la rendono straordinaria e meravigliosamente bella. Non ci si può distrarre, non si può essere superficiali. Non si può essere frettolosi o impazienti: la vita ha bisogno di raccoglimento e di smisurata protezione.
L'amore non è scontato e non è dato per sempre: dobbiamo proteggerlo dai venti gelati, dobbiamo nutrirlo e prepararlo ogni giorno. E attendere, nei tempi bui come in quelli di splendore, faticosamente, con fedeltà e speranza, con la trepida ostinazione di chi non cede allo smarrimento, di chi non si avvilisce davanti ai fallimenti, di chi continua con tenerezza infinita a partorire.
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