
Il Cortile dei Gentili e la bellezza
Creare momenti preziosi e fecondi di dialogo tra credenti e non credenti intorno ai grandi temi della vita. E' questa la finalità del Cortile dei gentili, la nuova struttura appartenente al Pontificio consiglio della cultura. Il Cortile dei gentili era uno spazio dell'antico tempio di Gerusalemme al quale tutti potevano accedere con libertà, indipendentemente dalla cultura, dalla lingua e dall'orientamento religioso. Questo spazio è stato creato anche in Toscana a Firenze, nel meraviglioso salone dei Cinquecento, con una iniziativa inaugurale ideata e realizzata anche con la collaborazione della nostra fraternità e dedicata al tema "Bellezza e umanesimo". Una serata di grande suggestione e profondità, grazie ad alcune delle più grandi voci della nostra cultura attuale: da uno scrittore come Erri de Luca a un filosofo come Sergio Givone, da un artista come Moni Ovadia a uno dei più grandi storici dell'arte, Antonio paolucci. Il tutto naturalmente con la presenza dell'ispiratore di questo percorso, il cardinale Gianfranco Ravasi. Abbiamo seguito con attenzione tutti gli interventi e sul sito vi proporremo alcuni estratti, a partire, già questa settimana, da un frammento dell'appassionato intervento di Moni Ovadia (potete ascoltarlo su Germogli). Ma intanto ecco alcuni passaggi.
Gianfranco Ravasi.
La bellezza torni a ferirci
Nei nostri giorni succede questo: da una parte è facilissimo incontrare, dialogare, trovarci insieme con grande frutto, come accade qui, con personalità anche non credenti che però hanno una tensione profonda dentro di sé. E dall'altra parte, invece, abbiamo, e questo è il vero dramma, questo orizzonte che è simile alla mucillagine, incolore, inodore, insapore, un orizzonte in cui la superficialità, l'indifferenza, la banalità, la volgarità sono quasi l'atmosfera fondamentale, quasi fossero il basso continuo della nostra società. E' all'interno di questo orizzonte la bellezza se esiste esiste solo per essere fotografata. Non c'è assolutamente la capacità di lasciarci ferire dalla bellezza. Per questo dobbiamo riproporla e rimetterla al centro con tutta la sua forza perché inquieti, perché crei ancora almeno un sussulto, un fremito.
Moni Ovadia
L'agonia del presente
Io sono ossessionato da un'immagine, se non sbaglio è Cranach. E' un cristo che sta non sdraiato, non nella posizione della deposizione, ma di fianco, come un ammalato. Sembra un Cristo permanentemente agonizzante. Quella sola immagine, mi perdoneranno i veri cristiani, io sono solo un saltimbanco ebreo, e per di più agnostico, quel Cristo di Cranach a me sembra che ci parli con una sintesi mirabile della condizione in cui siamo oggi: al Cristo non è dato di morire, non è dato di risorgere, è dato solo di agonizzare per la bruttura, la devastazione del senso di cui ci stiamo macchiando.
Erri de Luca
La forza di combattimento della poesia
Anni Cinquanta. Una poeta russa, Anna Achmatova, si trova a far la fila davanti all'ingresso di una prigione a Leningrado. Sta lì con tanti altri, fa la fila perché suo figlio è rinchiuso lì. E' lì con i suoi pacchetti e la sua attesa infinita. Sono lì da ore, intorno l'inverno russo che li spazza e non sanno se saranno ammessi a quell'ingresso o se smaltiranno là fuori il tempo di quella visita mancata. Ed ecco che in mezzo a quella fila, il suo nome circola, perché è conosciuta, perché da quelle parti i poeti sono conosciuti. E una donna davanti a lei sentendo che c'è una poeta dietro, magari non l'ha neanche mai sentita, si volta verso di lei e le dice: "Voi potete descrivere questo?" E come risponde Anna: risponde: "Io posso". La poesia si mette in bocca a Anna la responsabilità di rispondere al "questo" di quella donna. Ecco perché la poesia e la bellezza non sono dei decori, nono sono serenate sotto a un balcone chiuso, ma sono la forza di combattimento e di resistenza dell'umanità.
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• 22.04.2012 Agnese Moro - Dalla ferita al perdono
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