Dicono di noi
LA FRATERNITA' - Corrispondenza
Romena: una scelta del cuore
Pieve antica, nuova Fraternità
di Massimo Orlandi
Corrispondenza - dicembre 2002
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'Mon dieu', sussurra il piccolo grande vecchio quando apre la porta delle pieve. 'Mon dieu' , è quello che riesce a dire mentre occhi come sciami di api corrono lungo i muri di arenaria, indugiano sui capitelli, si abbandonano alla bellezza semplice delle navate. 'Mon dieu'. Il vecchio è appena curvo, cerca equilibrio nel bastone, però gli noti solo lo sguardo, proteso verso l'abside. L'Abbè Pierre ci consegna due parole e uno sguardo per cominciare a parlare di Romena. Il fondatore di Emmaus è uno dei tantissimi viandanti che negli ultimi nove secoli hanno saputo incontrare questo luogo di pietra, piantato come un fiore nel verde del Casentino.
Anticamente la Pieve era faro sulla pista dei pellegrini che scendevano dal nord Europa per dirigersi verso Roma. Poi è stata casa di preghiera per un mondo contadino, che qui si ritrovava per farsi comunità. Oggi, spopolata la campagna, la pieve ha trovato una nuova ragione di vita: accoglie le persone che in questa società consumista hanno scoperto di poter comprare tutto, ma non la propria armonia interiore. Venire qui vuoi dire, per loro, iniziare un viaggio a ritroso, verso se stessi. Un compito difficile: per assisterli, da undici anni, è nata la Fraternità di Romena.
l messaggi della Pieve
«Romena ha come riferimento l'esperienza di Gesù sul Tabor. Come su quel monte, l'invito è portare i tuoi amici in alto, fuori dal rumore, e far vedere la tua vera faccia, far sentire come è "bello per noi stare qui"». Don Luigi Verdi, che tutti conoscono come Gigi, sintetizza così il motivo più profondo per cui, nel 1991, ha dato vita alla Fraternità. Quarantaquattro anni, valdarnese di San Giovanni, ma da oltre venti anni in Casentino, Gigi ha intuito come le forme asciutte e essenziali della pieve riflettessero il cammino di ricerca dell'uomo: "La nostra fraternità - spiega - non ha mai sentito il bisogno di regole e di modelli: sia per ritrovare le nostre radici, che per imparare a 'prendere il largo', ci è bastato incontrare ogni giorno la nostra chiesa". Si possono capire queste parole solo se, come l'Abbè Pierre, ci si lascia alle spalle la porta della pieve. Il buio delle navate laterali è solo un modo per intensificare la luce che filtra dalle bifore dell'abside. Sono raggi che sembrano individuare il visitatore e indicargli che c'è un punto di passaggio, in quel luogo, tra terra e cielo. Quando la vista si è abituata è possibile spaziare con lo sguardo nelle tre navate percorse da colonne possenti che sostengono le volte a botte e le capriate del soffitto. La solidità dei sostegni e la ruvidezza dell'arenaria con feriscono alla pieve un aspetto austero: il primo messaggi! della pieve è un invito a non distrarsi, a non riempirsi gli occhi di apparenze, a concentrarsi sull'essenziale. Se però si percorrono con gli occhi i gradini dell'altare la pieve sembra ingentilirsi: l' abside, con la serie di bifore e trifore, con i loggiati di colonnette e capitelli, raccoglie Ia sobrietà e la trasforma in leggerezza. Secondo messaggio solo dopo aver raccolto se stessi è possibile un contatto con la nostra dimensione più impalpabile, quella spirituale. A uno sguardo ancora più attento la pieve continua svelarsi: sette è il numero che in ebraico simboleggia la completezza, e sette sono le monofore dell'abside, quattordici, due volte sette, le file di pietra dell'abside, sette, nell'impianto originario, le colonne di ogni navata. L'armonia degl spazi ci permette infine di aprirci al mistero scolpito sui capitelli: scene dei Vangeli si alternano a forme di animali, simboli religiosi a figure fantastiche. Non c'è più soluzione continuità tra realtà e astrazione, tra umano e divino. La lettura simbolica della pieve schiude un nuovo messaggio: cerca la tua armonia interiore, ma non considerare mai esaurito il percorso di ricerca, perchè nuovi e diversi possono essere i modi di !eggersi dentro.
Gli artigiani che costruirono Romena
regalarono il loro amore e la loro fatica
a persone sconosciute. A noi.
Quel gesto scolpito nella pietra
è giunto sin qui
senza perdere minimanente la sua forza.
Nulla si perde. Nulla di ciò che siamo.
Nulla di ciò che possiamo esprimere.
Nessun abbraccio si perde.
(Luigi Verdi, da Romena Fraternità)
"Tempore famis"
Ora che ci misuriamo anche con i particolari possiamo aprire le viscere della pieve: l'entrata è nella navata di destra, la scala a chiocciola abbraccia un'oscurità che sa di passato remoto. Sotto ci sono i resti di una chiesa che fu una chiesa a tre navate dove pregavano i cristiani dell'ottavo secolo dopo Cristo. Si può andare ancora indietro, se si accetta di non tastare con mano, se ci si accontenta dei reperti individuati nella zona circostante; Romena diventa la Rumenius dei romani e la Rumine degli etruschi: la radice del nome è la stessa e cosi la funzione del luogo, tempio etrusco, ara pagana, comunque edificio di culto. È impossibile non restare affascinati dal pensiero che qui, in questa campagna-tavolozza dove il verde insegue il marrone, qui, dove le montagne sono onde leggere, da millenni gli uomini cercano un contatto con Dio. La pieve che vediamo oggi esprime l'ultimo modo di incontrare la propria dimensione spirituale. La sua storia è scritta in una frase scolpita nel primo capitello a destra: "Alberico plebanus fecit hanc opram, tempore famis MCLlI".
Tempore famis, tempo di carestia: questo vuoi dire che se la fame bussava alle porte, bisognava bussare alla porta di Dio. La fede era lo strumento, la pieve il modo di rappresentarla. La chiesa nacque dunque tra i tormenti di un popolo, la sua bellezza non fu cercata, fu la conseguenza di un atteggiamento: quello di aprire le mani di fronte a Dio. Di tutti, questo è il messaggio più emozionante che ci offre la pieve. Ed è forse il primo, il più importante che anche don Luigi, undici anni fa, lesse dentro se stesso: "La fratemità - racconta - è nata come frutto del periodo più difficile della mia vita. Ero entrato in una crisi profonda che mi aveva portato a mettere in discussione tutte le mie scelte di vita. Eppure, proprio nel buio più totale, avevo trovato, come Pollicino, i sassi che mi indicavano la giusta strada. Quella che portava a Romena. Oggi su quel capitello io leggo la mia storia, ma anche il senso più vero della parola crisi: la crisi è un' occasione, un'opportunità di cambiamento. Se in tempo di carestia nasceva una pieve cosi armonica, cosi le nostre crisi personali possono permetterei di incontrare e esprimere la parte più bella e meno esplorata di noi".
Un porto di terra
La parrocchia di Romena conta le sue anime a decine. Le case di vacanza alzano il numero, ma non di molto. Per questo si stupisce chi, magari per la messa della domenica pomeriggio, decide di raggiungere la pieve: la strada è segnata da un lungo corteo di auto in sosta, la pieve trabocca di sguardi attenti. Segno evidente che il popolo di Romena non è accomunato dall'anagrafe: la pieve è una scelta del cuore. "L'immagine con cui mi piace definire questo posto - spiega Gigi - è quella di un porto, un porto di terra, dove è possibile per chiunque trovare un riparo, un rifugio, dove è possibile individuare le risorse per ripartire". Il porto comincia con la pieve e prosegue nel rustico che le sta accanto. La casa della fraternità profuma di antico, ma di un antico accogliente, come quei focolari sui quali si continuerebbe senza sosta a bruciar legna. In questo spazio i viandanti di Romena vivono comunitariamente le proposte della Fraternità. L' attività di base è rappresentata da un cammino strutturato in tre corsi: il primo corso accompagna lo sforzo di 'rientrare in noi stessi' , attraverso un incontro in profondità con le nostre radici e la nostra personalità, il secondo esprime la ricerca di quel soffio divino che possa colmare la nostra voglia di infinito, il terzo è dedicato all'andare verso gli altri, cioè al servizio.
Questo percorso di ricerca, in undici anni, è stato compiuto da oltre cinquemila persone provenienti da tutta Italia. E sono stati proprio, loro, i corsisti ad alimentare Romena con uno spontaneo passaparola: i figli hanno invitato i genitori, i genitori i figli, gli amici, altri amici. Oggi ai corsi partecipano persone di tutte le età e di tutte le provenienze sociali, culturali, religiose. Questa 'apertura' assoluta è forse il tesoro più grande di Romena. Un tesoro annunciato da una poesia di Rumi riprodotta all' ingresso della Fraternità: "Vieni, vieni chiunque tu sia, sognatore, devoto, vagabondo, poco importa. La nostra non è una carovana di disperazione. Vieni, anche se hai infranto i tuoi voti mille volte. Vieni".
Quando la tenda si fa vela
I corsi sono gli interpreti più fedeli del cammino di Romena. Ne disegnano l'anima, ne scandiscono il cammino. Ma sul loro tronco vitale si innestano molti altri rami: "In questi ultimi anni - sottolinea Gigi - abbiamo acquisito la consapevolezza che Romena ha un senso soprattutto se riesce a non restare isolata, se entra a fare parte attiva di quella grande, invisibile rete di persone, di comunità, di associazioni che ogni giomo testimoniano la voglia di costruire un mondo meno egoista, più attento all'uomo. Per far questo la Fraternità ha deciso che è importante trasformare, di tanto in tanto, la sua tenda in vela". Così oggi Romena si muove per l'ltalia con le sue veglie (quest'anno ne sono state organizzate undici tra L'Aquila e Rovereto, tra Roma e Padova), arriva in almeno seimila famiglie con la sua rivista trimestrale, affida il suo contributo di idee alle sue pubblicazioni (il libro 'La realtà sa di pane' di don Luigi Verdi ha già venduto seimila copie), abbraccia con i suoi incontri i grandi testimoni del nostro tempo (da Luigi Ciotti a Luigi Bettazzi, da Pietro lngrao a Alex Zanotelli).
Dal suo 'porto di terra', inoltre, Romena lascia costantemente partire nuove 'navi' : da due anni esiste la Compagnia delle arti di Romena, specializzata nel realizzare spettacoli e animazioni creative in ospedali, case di riposo, centri disabili.
Per favorire questa crescita Romena ha allargato l'arco delle sue collaborazioni: accanto a Gigi da sei anni, c'è un altro sacerdote, don Gianni Marmorini, a supporto delle attività esiste un gruppo stabile di volontari. Contributi necessari, e appena sufficienti: nella segreteria della pieve il telefono non smette mai di suonare, e decine e decine ogni giorno sono le persone, i gruppi, le associazioni che, da tutta l'Italia, scrivono, mandano e-mail, chiedono informazioni, prenotano incontri. E la pieve? Come reagisce a questo vento di energia che le spira accanto? Come accoglie queste ondate di viandanti che riempiono il silenzio della campagna casentinese? Uno dei fondatori della Fraternità ha immaginato che la Pieve avesse pronta una risposta a questa domanda. E la risposta, più o meno, diceva così:
"Vi ho sentito spesso dire grazie
perché cercavate un fiume
dove far scorrere le vostre emozioni
e lo avete trovato
nel silenzio nudo delle mie pietre.
Grazie perché cercavate Dio
e forse qui lo avete incontrato
ne segno di un impalpabile bacio:
Ma grazie è la parola che anch'io vorrei usare
in questa gogna di strada che porta all'eterno.
Grazie, a voi che avete arato la mia terra incolta,
a voi che mi fate sbocciare ogni giorno,
a voi che avete acceso una luce,
a voi che mi porterete, per sempre, nel cuore".
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