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Abramo, Sara e la tenda dell'accoglienza

Martedì 21 Giugno 2011 13:39

Partire è fidarsi. È lasciare le sicurezze per rimettersi in cammino oltre le proprie installazioni e rimettere in moto una vita ormai inceppata. Come Abramo, che decide di partire senza sapere dove andare, sulla base di una voce interiore che si fa promessa; la promessa di una prole numerosa («alla tua discendenza io darò questo paese», Gen 15,18) e di una terra dove sentirsi a casa. Ma Sara, sua moglie è sterile, ed ora è anche anziana. Come farà la promessa a realizzarsi?

Nel momento della paura, della crisi, del ritardo nella realizzazione della promessa, Abramo rinnova la sua fiducia. Continua a credere, malgrado le apparenze. La paura la vinci quando ti fidi, e ti fidi più della promessa che della sua realizzazione. Abramo sa che c'è uno scarto inevitabile tra i nostri sogni e la loro realizzazione, ma non smette di sperare e di attendere perché “il desiderio è ciò che mi tiene in vita” (Luisa Muraro). Oggi mi pare che facciamo fatica a coltivare dei sogni e a portarli avanti con perseveranza. Ad ogni minima difficoltà ci scoraggiamo e corriamo il rischio di rassegnarci e buttare via quel desiderio profondo che muove i nostri passi. Diventiamo così distratti e passivi.

L’attesa produce attenzione alla vita, a ciò che capita, a ciò che si sta muovendo davanti a te. L’attenzione porta a domandarsi, a cercare, ad aprirsi al nuovo, agli altri, alla vita che passa e bussa alla tua porta. Per Abramo ciò si concretizza nel momento in cui tre stranieri, tre sconosciuti passano lì davanti alla sua tenda in cerca di ristoro; Abramo e Sara allargano lo spazio della loro tenda accogliendoli come dei “signori”. È l'ora più calda del giorno e nel deserto si può finire male senza riparo. Li accolgono lavando loro i piedi, offrendo l'ombra sotto una quercia e dando loro da bere e da mangiare (non gli scarti..., ma il vitello buono!).

Lavare i piedi era il gesto di più squisita e gradita ospitalità perché a quel tempo i piedi erano sempre all’aperto nell'unico paio di sandali, nel cammino si impolveravano, si ferivano e a ogni sosta andavano curati, lavati, unti e ristorati. Offrire l’ombra nel deserto significava offrire protezione e conforto, per aiutare il viandante stanco e accaldato a riprendere il cammino della vita. Era un gesto di premura e custodia talmente significativo che Dio stesso si identifica con l'ombra: «Il Signore è il tuo custode, il Signore è come ombra che ti copre,... Il Signore ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà la tua vita» (Sal 121,5-7).

Abramo e Sara non sanno chi siano i loro tre misteriosi ospiti e non chiedono garanzie per lasciarli entrare. Solo dopo averli accolti e rifocillati sapranno che si tratta del «Signore» che li sta visitando e benedicendo. Quando tu accogli lo Sconosciuto che bussa alla tua porta e allarghi la tua tenda, entra con lui anche un carico di benedizione e di vita: «Tornerò da te fra un anno a questa data – dicono i tre misteriosi personaggi ad Abramo – e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio» (Gen 18,10). Quando tu rimani aperto e accogli la vita, la vita si fa benedizione e fecondità per te. La tenda si allarga, si gonfia del vento della novità e si fa vela, spingendoti oltre.

Dio è dove meno te lo aspetti. Dove abita Dio? “Dove lo si lascia entrare” (direbbe Martin Buber). Dio si presenta a noi non nei panni di Dio, ma con i tratti di un'umanità sofferente per permettere a noi di essere Dio, prendendoci cura dell’altro come farebbe lui con noi.

Quando l’uomo accoglie l’altro uomo in quanto tale, accoglie Dio stesso. Quando tu accogli la Vita, comunque si presenti a te, stai accogliendo Dio e la sua benedizione. Dio si nasconde nella Vita che bussa alla tua porta con le sue novità, con indosso i panni stracciati della speranza.

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