Sognare non costa nulla, si dice. Sembra la consolazione per i poveri, che non hanno nulla da perdere e nulla da aspettarsi. Ma in realtà il sogno è un momento importante nella vita di un uomo. Esso rappresenta un'esperienza che mette la persona in relazione con la profondità di se stessa e con il trascendente. Da un punto di vista psicologico, spesso la razionalità e il moralismo impediscono di entrare in contatto con la parte più profonda e vera di se stessi, con i propri bisogni e desideri più intimi. C'è come una censura che il proprio mondo cosciente opera nei confronti dell'affiorare di questi sentimenti e impulsi. Essi invece riemergono quando è più allentato il controllo razionale sulle emozioni, come avviene nel sonno. Il sogno è come un messaggio che supera le barriere, i veti, le inibizioni del proprio mondo razionale.
Ecco perché Dio nella Bibbia spesso si rivela nei sogni, quando l'uomo è più fragile e indifeso, quando meno spesse sono le sue maschere e protezioni. Nel torpore (il tardemà adamitico) o nel sonno, l'uomo si abbandona e lascia fare a Dio, che può rivelargli le sue vie. E questo per ri-generarlo, quasi si trattasse di una nuova creazione attraverso una parola che offre senso nuovo alla sua esistenza o la illumina di ulteriori significati. Così pure avviene con Giacobbe.
Giacobbe è costretto a fuggire perché ha ingannato il fratello Esaù che ora vuole ucciderlo. È costretto dall'approssimarsi della notte a fermarsi e a trovare un giaciglio di fortuna dove poter dormire (Gen 28,10-22). Si ritrova solo, senza più un fratello (che anzi gli ha promesso vendetta!), senza più una famiglia, senza terra (il luogo dove sentirsi a casa), senza Dio (visto che ha ingannato pure lui). In un colpo solo ha perso tutti e tre i riferimenti essenziali e costitutivi dell'esistenza umana: Dio, la famiglia (e gli amici), la terra e il lavoro. Nel silenzio di una notte agitata da interrogativi e inquietudini, riecheggiano nel suo cuore delle domande: "Che senso ha la mia vita? Perché fuggire? Chi mi sosterrà? Quale sarà il mio futuro?". Nell'accomodarsi su una pietra, con la sola preoccupazione di superare la notte abitata da bestie selvatiche e da fantasmi interiori, Giacobbe si addormenta e sogna. E qui avviene qualcosa di grande e assolutamente imprevisto: Dio si manifesta a lui, aprendo nuove prospettive di vita.
Giacobbe sogna dei cieli aperti, dai quali salgono e scendono gli angeli di Dio. I cieli chiusi della disperazione e del senso di fallimento possono essere squarciati da un raggio di luce nuova. Come se quel sogno fosse la preghiera di un uomo senza più prospettive che squarcia i cieli grigi e chiusi che tante volte attanagliano le esistenze umane. Quel sogno è Dio che scende e manda i suoi angeli per dare una carezza all'uomo sconsolato e sconfitto.
Si mostra un Dio vicino, familiare, proprio adesso che Giacobbe si sente espropriato di tutto, a partire dai legami più intimi («Io sono il Dio di Abramo tuo padre e di Isacco»). È come se gli dicesse: «Ti conosco, conosco te, la tua famiglia, i tuoi padri... conosco i motivi della tua fuga, le tue ansie, paure, angosce...». Poi gli fa la promessa di dargli la terra dei suoi padri e di non abbandonarlo mai: «Ecco io sono con te e ti custodirò in ogni luogo in cui andrai». La terra, la benedizione e l'alleanza sono le nuove indicazioni che ridisegnano e danno senso ed orientamento nuovi alla vita di Giacobbe.
Così fa Dio: non abbandona i suoi figli, nemmeno nei momenti più oscuri e disperati, nemmeno quando i sensi di colpa, la solitudine e l'amarezza sembrano schiacciare e lasciare l'uomo senza vie di uscita, senza prospettive di futuro. Proprio laddove meno te lo aspetti, in un luogo buio e sconosciuto, Dio ti mostra che è presente nella tua vita, per quanto ingarbugliata e tortuosa possa essere. Ed è lì per donarti, con la sua Parola, una nuova possibilità, delle nuove indicazioni di vita, delle nuove "coordinate visibili e invisibili".
Giacobbe dunque prende la pietra su cui si era coricato e la trasforma in una stele, poi ci versa dell'olio e quel luogo, che prima si chiamava Luz (nocciola), diventa un luogo sacro, Betel che significa "casa di Dio". È come il passaggio da un luogo chiuso (la nocciola), il cui interno è sconosciuto, ad un luogo che contiene una Presenza amica. Perché lì Giacobbe fa per la prima volta personalmente esperienza dell'incontro con un Dio che "è con lui", è l'Emmanuel.
Dentro la casa (bet), dentro la creatura, quando abbassi le difese e ti lasci visitare nei tuoi fallimenti, nei tuoi cieli chiusi (nocciola), puoi trovare il Creatore (El), la sorgente della vita, il senso del tuo cammino. Quel luogo chiuso e sconosciuto allora si apre alla Presenza amorevole e accogliente di chi si prenderà cura di te rigenerandoti ad una nuova fiducia.
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