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L'abisso che fa rinascere

Lunedì 29 Agosto 2011 00:00

Tra tutti i libri della Bibbia ce n'è uno che è davvero particolare, perché parla di un personaggio strano, bizzarro, inquieto e disobbediente, dal nome Giona. Un profeta così paradossale con una storia così estrema e fantasiosa da far pensare che Giona in realtà non sia mai esistito, e che il libro omonimo sia una sorta di favola, di fiaba, volta a consegnarci un messaggio di vita. Consiglio di prendere in mano la Bibbia e di leggere questa storiella così densa e ricca di significati (sono solo quattro brevi capitoli, 48 versetti).

In sintesi la storia: Giona, profeta di Israele, viene invitato da Dio ad andare a Ninive, capitale dell'Impero nemico, ad annunciare la misericordia di Dio per chi si pente. Giona, invece di obbedire, sceglie di andare dalla parte opposta, per “fuggire dalla presenza del Signore”. Non accetta che Dio possa usare misericordia con il più feroce nemico del suo popolo. Si imbarca così in una nave a Jaffa e durante la navigazione, a causa di una tempesta improvvisa, viene buttato a mare dai marinai che riconoscono in lui la causa della tempesta (quando non accetti quello che sei diventi un pericolo anche per gli altri). Inghiottito da un grosso pesce, vi rimane tre giorni e tre notti, poi viene sputato fuori sulla riva. Solo allora decide di obbedire al comando di Dio e si reca a Ninive, ma invece di annunciare la misericordia di Dio minaccia la distruzione della grande città. Qui avviene la sorpresa: la gente di Ninive, a partire dal suo re fino all'ultimo dei sudditi, capisce il male che ha fatto e cambia vita; anche Dio “si converte” dal proposito di punire e salva la città dalla distruzione. Questo fatto, invece di rallegrare il profeta, lo rattrista e amareggia al punto da desiderare la morte. Come pure quando Dio consola Giona con l'ombra di una pianticella di ricino, quando questa si secca, il profeta non trova di meglio che desiderare ancora la morte. Il libro si conclude con una domanda da parte di Dio a Giona, che rimane aperta e senza risposta, forse perché tocca a ciascuno di noi rispondere: perché non siamo contenti quando il peccatore si converte e cambia vita? Perché preferiamo vendicarci e vedere soffrire chi ci ha fatto del male? Perché non accettiamo l'idea che si possa perdonare chi ha sbagliato, malgrado tutto il male che ha compiuto? Perché non accettiamo che Dio possa essere esclusivamente buono, e volere non la rovina ma la salvezza del peccatore? Ma la domanda di fondo è: davvero il libro di Giona parla della conversione dei pagani o non piuttosto della conversione del profeta? Perché in realtà i pagani si convertono subito e fino alla fine l’attenzione è rivolta su Giona; Dio gli parla, gli riparla, gli fa domande… quindi il vero problema è Giona, il vero problema è il nostro cambiamento di mentalità.

La storia di Giona è in fondo la storia della fuga da queste domande, e più ancora da noi stessi. Il testo sottolinea che Giona inizia una discesa senza fine: scende a Jaffa (città portuale, l'attuale Tel Aviv), scende nella nave, nella stiva della nave e poi sprofonda in un sonno che lo aliena dalla realtà. Poi, gettato in mare, viene inghiottito dal pesce e scende ancor di più nella profondità di un'esperienza di morte. Ma più scappa da se stesso, più si immerge nell'abisso e più in realtà scende nelle profondità di se stesso; ora che ha toccato il fondo non può più fuggire ma prende contatto con se stesso e ritrova il senso della sua esistenza. Realizza così il suo nome: “colomba”, il bianco uccello che vola verso la luce non senza essere prima sceso nel fango.

La storia del profeta ribelle ci porta a vivere dunque un passaggio, una discesa attraverso la notte, la tempesta, la morte. Da una parte questo sprofondare nell'abisso è una esperienza di morte, ma dall'altra è toccare con mano la salvezza: gettato in mare Giona sarebbe morto; il pesce che Dio ha mandato a inghiottirlo lo ha preservato dalla morte e conservato in vita. Non solo: nel testo ebraico il pesce viene descritto inizialmente al maschile, poi, inghiottito Giona, l'animale diventa femmina. In modo impercettibile alle traduzioni correnti, il testo originale intende presentare questa nuova situazione di Giona nel ventre del pesce (anzi della pescia!) come una gestazione, un tempo di immersione nel ventre materno che fa nascere a una nuova vita. In quell'abisso di morte che dischiude la vita, l'indomito profeta incontra davvero Dio, lo prega, riconoscendo la sua presenza amorevole e quando esce dal pesce finalmente obbedisce alla sua parola.  In quei tre giorni e tre notti di morte e di oscurità, immerso nel mare delle sconfitte e dei fallimenti, Giona fa esperienza di una rinascita, di una vita nuova, di una trasformazione. Si, perché “morte”, in ebraico, è un termine imparentato con “trasformazione”. La morte non è la fine di tutto, ma la trasformazione in qualcos'altro, che dischiude ad una nuova forma di vita.

Anche Gesù farà l'esperienza di essere inghiottito dalla morte e dagli abissi della terra, ma dopo tre giorni, risusciterà. Anche lui, che più volte nei vangeli si è identificato con l'esperienza di Giona, ci invita a trasformare le nostre esperienze di morte in occasioni per rinascere a vita nuova

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