Cominciamo da questo mese a pubblicare l'intervento che don Luigi ha fatto in occasione della festa della fraternità il lunedì dell'Angelo, riassumendo in sette punti, ciò che più gli sta a cuore. Ogni mese pubblicheremo uno dei sette punti, corredato dal collegamento al filmato con cui don Luigi ha presentato il suo "mi sta a cuore".
Una chiesa che abbraccia
In questi venti anni di Romena ho elaborato tante cose, e mi piacerebbe fare una sintesi di ciò che non vorrei disperdere, di ciò che davvero mi sta a cuore. La prima cosa che mi sta a cuore è una chiesa che abbraccia. La chiesa è senza speranza quando è senza dolcezza e senza tenerezza. Per questo ho voluto iniziare questo intervento mostrandovi questo discorso di Papa Giovanni, perché in un momento di guerra fredda, di crisi tra le grandi potenze, di rischio atomico, in quella notte lui dice le cose più semplici del mondo. Dice che contano la bellezza e la tenerezza. Dice che da lì, da una carezza, si può ricominciare.
Scrive il filosofo Kierkegaard che ciò che ha completamente confuso il cristianesimo e in gran parte ha originato la chimera di una chiesa trionfante è il fatto di averlo considerato una verità nel senso del risultato, non nel senso della vita. Quello che ha ingannato il cristianesimo è aver considerato che la verità è un risultato, un qualcosa che devi raggiungere. No, la verità è vita.
Noi dovremmo capovolgere quest'idea per cui la vita religiosa ha i suoi spazi a sé, quasi separati dal resto: no, la vita è religiosa di suo, la vita è sempre religiosa. Per tutti. E proprio oggi, in questi giorni di Pasqua, nel Vangelo troviamo Gesù che dice a Maria: "Va a dire ai miei fratelli che c'è posto per tutti". Per duemila anni la cristianità ha predicato una cosa terribile, e cioè che fuori di Cristo non c'è salvezza, che fuori della chiesa non c'è salvezza. Io vorrei che questo nuovo millennio ci dicesse che non c'è nessuno di voi fuori di Cristo, che nessuno è fuori dalla chiesa.
Vedete, ogni giorno incontro tante persone. E alla fine mi rendo conto che, in profondità, ciascuno cerca cose molto semplici: un pezzo di pane e un po' di affetto. E allora basterebbe che noi nella chiesa si riuscisse a dare questo, in modo semplice, profondo. Alle persone non servono cose vuote, quello che cercano non sono riti senz'anima o cuori senza tenerezza, ma un pezzo di pane e un po' di affetto. E questo vale anche per giovani: quando annusano che c'è qualcosa di autentico, di semplice, lo capiscono. E si avvicinano.
Tutti noi abbiamo di qualcosa di semplice, di essenziale, di condiviso. Ma per poterlo offrire bisogna essere con la gente, starci, perché la compassione nasce da una presenza viva, reale. Forse per questo tanti discorsi, tanti documenti della chiesa non sono abitati dalla compassione. Perché sono spesso scritti a tavolino, e non nascono da un esserci. Un conto è abitare nei palazzi, un conto è abitare con la gente, guardarla negli occhi, vederne la lacrime, la faccia, ogni giorno.
Una chiesa che abbraccia. Ecco la prima cosa che mi sta a cuore.
E sono venti anni che anche qui proviamo, lentamente, senza polemiche, senza scontri, a mostrare il messaggio di quel mandorlo che piantammo allora: se vuoi i frutti prima devi fiorire. Non possiamo aspettare che la chiesa cambi, cominciamo a fiorire. Cominciamo a far vedere che in un pezzettino di terra, o in un angolo di casa una chiesa che abbraccia è possibile.
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