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2 • La poesia

Giovedì 28 Aprile 2011 13:50
poesia

 

  Mi sta a cuore la poesia. In passato ho anche provato a scrivere qualcosa di poetico, erano tentativi di poesia, erano preghiere. Sentivo che è una espressione importante la poesia perché nasce da uno stato di grazia che fa vibrare il cuore, che fa comprendere l'essenza delle cose.  Se scrivo in modo poetico mi sforzo perché le parole non possono essere banali. Devi andare a ricercarle, a scavare a ripulirle e facendo così vai all'essenza delle cose, vai al nocciolo di un'emozione, di un sentimento, di un gesto.  E allora la poesia mi ha aiutato a conoscere me stesso, mi ha spinto ad andare verso gli altri. Quando si è più consapevoli di noi stessi siamo anche più propensi ad amare: più ci si conosce, più siamo profondamente in sintonia con noi e più si riesce ad amare le persone.

Leggo Isaia, capitolo 50: "Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati".  Ecco questa è la poesia, ogni mattina orecchi attenti e ascoltare come gli iniziati, come chi comincia per la prima volta ad ascoltare.  Alda Merini scriveva delle cose bellissime sulla poesia: "I poeti lavorano di notte, quando il tempo non urge su di loro, quando tace il rumore della folla e termina il linciaggio delle ore. I poeti lavorano nel buio come falchi notturni e usignoli, dal dolcissimo canto e temono di offendere Iddio. Ma i poeti nel loro silenzio fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle".

Ecco i poeti viaggiano e ascoltano profondamente la notte e la mattina presto, ma la poesia nasce soprattutto quando hai poco tempo per “fare i fichi”, quando hai poco tempo per elaborare. E' quasi una spremuta di cose stringenti di vita la poesia. Per questo le poesie le scrivono i carcerati, i malati o i folli che cercano di carpire il nocciolo della vita. Vi racconto di uno, Zaher Rezai, era un afghano di Mazar-i -Sharif,  vi ricordate questa città che nel '98 fu teatro di tante stragi di civili.  Zaher aveva allora pochi anni e sopravvive e qualche anno dopo, ancora bambino, Zaher va in Iran e fa il saldatore. E lui come tutti gli altri, ha questo sogno di attraversare il mare. Nel taccuino in tasca è contenuto in poche pagine il risultato di una vita: ci sono degli schizzi su come si salda, ci sono una calligrafia che fa intuire un'istruzione molto bassa.  Mi piacciono queste persone, che poi sono questi extracomunitari che scappano di quà e di là, che viaggiano, che hanno poco tempo alla fine per andare in profondità o per dire troppe parole e allora scrivono poesie.  E l'amore per la poesia di questi giovani migranti è il primo indice della sensibilità, della dignità, del rispetto con cui sono educati fin da piccoli. Io ho un'idea che è inutile respingerli, si può provare ad arginarli ma è inutile respingerli: ci riproveranno di nuovo e si sa, ci riproveranno fino a morire. Ma non lo fanno solo per il pane non lo faranno neppure solo per il lavoro, lo faranno per dare un ponte e vita ai loro sogni in poesia.

Vi leggo solo due pezzi di Zaher, trovati su un cartoncino che aveva in tasca quando lo hanno trovato morto sotto un Tir, appena dopo lo sbarco in Italia: "Oh mio Dio, che dolore riserva l'attimo dell'attesa, ma promettimi Dio che non lascerai finisca la primavera". Ma parole da brivido sono le ultime, che scrive proprio quando è lì sulla barca: "Se un giorno in esilio la morte deciderà di prendersi il mio corpo, chi si occuperà della mia sepoltura? Chi cucirà il mio sudario? In un luogo alto si deponga la mia bara, così che il vento restituisca alla mia patria il mio profumo".

Ecco amo la poesia perché semplicemente è ciò che si può scrivere con poche cose, in qualunque luogo, in un carcere, in un fogliettino di lavoro, le due e tre cose che contano per vivere, l'essenza della vita.

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