Massimo Orlandi, giornalista e da sempre collaboratore della Fraternità, è direttore della rivista della Fraternità e responsabile delle Edizioni Romena.

Cento anni fa nasceva l’Abbè Pierre. L’occasione non serva a celebrarlo, ma a sentire accanto la fiamma della sua passione, bruciante d’amore. E le sue battaglie per dare voce a chi voce non ha.
“La vita è un minuzzolo di tempo concesso alla nostra libertà per imparare ad amare”. Una frase immensa, come un respiro. La frase più bella dell’Abbè Pierre.
Era nato nel 1912 a Lione. Quest’anno avrebbe compiuto cento anni. Ci è andato vicino. Non gli interessava il primato. Ha sfiorato la morte più volte, diceva di attendere l’incontro con l’Amico, questo per lui era l’oltre.
Chi era? Era il prete dei senzatetto, era la voce degli ultimi, era l’amico degli esclusi. Fu frate cappuccino, poi eroe della resistenza, parlamentare in Francia per acclamazione popolare. Ma fu soprattutto l’inventore di una delle più folli e meravigliose utopie mai realizzate: la comunità di Emmaus.Immaginate gli ultimi degli ultimi, quelli che dormono sotto i ponti, quelli che escono dal carcere e non hanno altro che un marchio di infamia su di sé, quelli che vagano senza meta prigionieri dell’alcool. I senza speranza. L’Abbè già dal dopoguerra cominciò ad accoglierli, a liberarli dalla morsa del freddo d’inverno, a offrirgli un pasto caldo.Non bastava. Cominciò con loro a raccogliere ferri vecchi, carta straccia, mobili abbandonati. I nostri rifiuti che venivano assemblati, restaurati e rivenduti. Gli uomini rifiutati dalla nostra società rialzavano la testa mostrandoci il valore di ciò che buttiamo via. Un’utopia, ammettiamolo. Ma realizzata. Perché quelle comunità si sono poi allargate a macchia d’olio in tutto il mondo, oggi ce ne sono 350, una dozzina in Italia.
Ed è meraviglioso sapere che, anche in preda alla più cupa disperazione, esista sempre una porta a cui un uomo può bussare: la porta di Emmaus. “Bisogna amare le porte – scriverà l’Abbè Pierre in una sua poesia da noi pubblicata nella raccolta Foglie sparse - perché sono il posto dove nessuno si ferma./ Il posto da dove si passa / da dove si parte / dove avvengono tutti gli incontri./ Bisogna odiare le porte chiuse / chiuse agli incontri / e chiuse a chi parte”.
Quando don Ciotti, che molto gli assomiglia, lo incontrò in Toscana, per i 30 anni della comunità Emmaus di Arezzo, mise tutta la vita in tre parole: “Sei un polmone di Dio” gli disse. E questo polmone ha sempre pompato aria per chi si è sentito e si sente soffocato dalla vita. Abbè ha reclamato giustizia, non si è fermato di fronte alla claustrofobia di certe leggi o della burocrazia, ha occupato case sfitte, è sceso in piazza, ha inscenato mille proteste rendendosi spesso protagonista di quelle che chiamava, con un eufemismo, “insolenze moderate”, e che erano in realtà un modo per dare voce a chi non sarebbe stato ascoltato. In Francia lo hanno amato con passione. In Italia lo conosciamo meno. E anche queste righe allora siano un’occasione.
“Quest’anno, per il centenario della nascita, noi non vogliamo celebrarlo, ma mostrare quanto sia attuale il suo messaggio” mi hanno detto nei gironi scorsi i responsabili di Emmaus Italia. Non serve un ricordo sbiadito. Serve tenere acceso il suo fuoco. E ricordare le parole che pronunciava alla fine di ogni suo discorso: “E allora, tutti insieme, continuiamo!”
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