Nella mia vita c'è già tutto. L'esilio, la fuga, la guerra, l'attesa, la paura di morire. Tutto addosso a me, sulle mie gracili spalle, come un vestito fatto di piombo.
Mi chiamo Saviour, che vuol dire salvatore. Ed è vero che vi vengo a salvare, anche se per ora siete voi che avete salvato me.
Avrete tempo per dirmi grazie. Io non posso: la mia voce è un fiore acerbo, come la mia vita. Dentro cui c'è già tutto, mentre io non sono ancora nulla.
Saviour ha 2 mesi. E' africano di Nigeria, è nato in Libia, è in fuga in Italia. La sua culla è stata una polveriera, la sua prima ninna nanna un concerto di esplosioni, mai a salve. Sua mamma, Tina, ha pensato che quella vita così esposta poteva accettarla per sé, non per il suo piccolo. Questo deve averle dato la forza di fuggire da Tripoli con quel fagottino addosso, cuore sul cuore.
Sul barcone i giorni storti sono continuati. Cinque volte si è fatto notte con la barca a sfidare le onde, sull'orlo del naufragio. Cinque volte l'alba ha portato lo stesso giorno, la stessa paura. E sempre più fame.
Non ci si immedesima mai abbastanza in queste storie. Non si piange a sufficienza quando finiscono male.
La salvezza è arrivata dal cielo. Era un elicottero. Lampedusa è sembrata il paradiso terrestre. Poi è cominciata l'attesa di un destino possibile, uno qualunque. Pochi giorni fa Saviour e la mamma sono arrivati in Toscana. A Contea, in Mugello, per la prima volta il piccolo ha potuto dormire in una camera vera.
Quando l'ho incontrato, intorno al suo letto faceva festa un gruppo di nigeriani. Si sono conosciuti in nave, sono diventati famiglia. La sorte comune a volte è un legame più profondo del sangue.
Saviour è il più piccolo profugo arrivato in Toscana. Come tanti suoi fratelli maggiori non ha nulla, se non una vita esposta a ogni vento. Però ora ha un tetto dove la tempesta non arriva. Un tetto per dormire, e una terra dove appoggiare il filo di inizio della sua vita.
Accoglienza. Appoggio questa parola sulle sue guance morbide. Somiglia a una carezza. "Non dimenticate l'ospitalità - scrive San Paolo - alcuni praticandola hanno accolto degli angeli senza saperlo".
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