Un corridore senza fama. Il gesto ingenuo ma perfido di alcuni ragazzini. Il suo andare oltre.
Un piccolo flashback che però parla al presente, ai milioni di "nessuno" che hanno cominciato a scrivere una pagina diversa nella nostra storia. A partire dai recenti referendum.
E' successo stamani, alla partenza della tappa. Stavo accompagnando la bici, immerso nei miei pensieri. A un certo punto si sono avvicinati alcuni ragazzini. Avevano in mano carta e penna per gli autografi. “Guarda chi è questo qui?” Ha detto uno al compagno che stringeva una pagina della Gazzetta dello sport. “Dunque, numero 108...corrisponde a Ghibaudo”. “No, questo non lo conosce nessuno. Andiamo via...”
Se volete vi presto la mia pelle. Mi piacerebbe farvi provare come mi sono sentito.
Il flashback risale a diversi anni fa. Partenza del giro d'Italia da Poppi. Una meravigliosa mattina di maggio, il piazzale del castello affollato di gente e di colori. Mille fotografie da scattare e una sola che ti riesce di conservare nella mente. Quella con il pettorale 108. Quella del corridore colpevole di non essere famoso.
Non lo vidi neanche in faccia: il suo ritratto è solo in quella pennellata acida che colpì lui, ma il cui destinatario poteva essere chiunque; e per chiunque quel colpo ("non sei nessuno") sarebbe stato durissimo da reggere.
La retorica del racconto imporrebbe un finale di tappa a braccia alzate. Non andò così. Ghibaudo reagì a quello schiaffo fingendo di non essersene accorto. Salì sulla bici e spinse lievemente i pedali districandosi nella folla. E poi via. Quel giorno macinò duecento chilometri e passa di asfalto e di sudore, quel giorno fu parte di quella nuvola colorata che riempì gli occhi e il cuore della gente, accalcata ai bordi di ogni strada.
Esserci. Fu quello il suo modo di vincere.
Dedico questo piccolo episodio a tutti coloro che, di recente, in Italia, hanno creduto che si potesse cambiare qualcosa. Non da soli, ma tutti insieme. Lo dedico a chi ha creduto che si potessero muovere milioni di persone a scegliere sul futuro proprio e dei propri figli su questioni decisive: l'acqua, l'energia, la giustizia.
Non era scontato che andasse così, lo era semmai il contrario. E invece, ciascuno è idealmente salito sulla sua bicicletta e, pur consapevole che rischiava di non arrivare da nessuna parte, ha cominciato a pedalare. Milioni di Ghibaudo hanno trasformato la loro personale inadeguatezza in una eccezionale forza collettiva.
Quello che è accaduto è un segnale meraviglioso della forza che hanno i grandi orizzonti quando li seguiamo senza farci condizionare dai nostri limiti individuali. Sono le prime tracce di una nuova era solidale che finalmente incrina il regno dell'individualismo, che comincia a smontare la logica seducente ma falsa del successo come misura delle persone.
Per la fase che abbiamo vissuto sin qui il valore di Ghibaudo corrispondeva alla sua fama. E se la fama era inesistente, lui diventava invisibile. Per questo i ragazzini non si erano neanche preoccupati di non farsi sentire da lui.
Nel mondo che vorremmo, in quel mondo di cui i referendum hanno mostrato la possibilità, invece, Ghibaudo vince. Vince non perché va più veloce degli altri, ma perché va insieme agli altri. E se vince lui, vinciamo anche noi. Noi come lui. Noi che siamo lui.
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