E' una fredda giornata d'inverno e alcuni porcospini provano ad avvicinarsi per proteggersi, col calore, e non rimanere assiderati. Ma quando si stringono troppo le spine degli uni feriscono gli altri, e sono costretti ad allontanarsi. Il bisogno di scaldarsi li porta a riprovarci, ma con lo stesso esito. E continuano così, a essere sballottati e instabili finché non trovano la posizione migliore. E la posizione migliore è a una moderata distanza l'uno dall'altro.
Una moderata distanza. Quando Bruno Volpi racconta questa fiaba del filosofo Schopenhauer fa una breve sosta, quasi teatrale. Perché in questa espressione, in fondo modesta, lui sente di poter collocare il piccolo, grande sogno che ha visto realizzarsi nella sua vita: quello di avvicinare le persone senza abbattere le formule del loro stare insieme, quello di fare accoglienza e condivisione senza chiedere a nessuno di rinunciare ai suoi spazi di autonomia, quello di rompere il guscio di individualismo nel quale ci siamo isolati senza far rumore, quasi fosse un movimento naturale.
Chissà quante volte nelle nostre vite è passata l'idea, l'ebbrezza, il brivido di una vita aperta, di una casa senza pareti, di una dimensione comunitaria allargata oltre i limiti familiari. Poi quando abbiamo provato a concretizzare, anche solo col pensiero, si sono subito allungati gli aculei da porcospino. Siamo disponibili a rinunciare ai nostri spazi, siamo pronti a offrirci agli altri vento in faccia 24 ore al giorno?
No, ammettiamolo, non siamo pronti. Ecco a cosa serve la moderata distanza. A indirizzarci verso la stessa meta, ma in maniera più dolce. A raggiungere lo stesso risultato, ma in un processo di crescita costante, senza forzature.
"Non serve cercare la comunità ideale - ci insegna Bruno Volpi - Piuttosto bisogna creare una comunità possibile". Lui quest'idea di comunità non l'ha proprio pensata, benché meno progettata. Gli è arrivata addosso semplicemente perché c'è andato incontro. Con tutto se stesso. Con se stesso e l'altra metà di lui. Enrica.
Si sono conosciuti presto. Li ha sposati l'impazienza di osare. Africa. Questo è il primo nome che hanno dato al loro desiderio di non essere mai da soli, mai chiusi, mai solo per sé. Dovevano starci due anni in Rwanda. Sono tornati dopo otto, e non solo per i bisogni della missione.
Lì sono arrivati cinque figli, lì hanno dato tutto e ricevuto di più. Al ritorno non c'era posto che li guarisse dall'irrequietezza. Poi hanno capito che era figlia di una frase consegnata loro dagli amici africani: "Per stare bene ci vuole un villaggio". Ecco cosa gli mancava.
La parola Villapizzone non dice molto a noi. Ma per chi è dentro questa storia è una specie di faro che fa sempre luce, tra la nebbia di Milano. E' qui che, siamo nei primi anni Settanta, il sogno semplice di Bruno e di Enrica trova il suo spazio. Il casolare è grande, le mura fatiscenti. La comunità nasce mattone su mattone, mescola fatica e idee, e, senza saperlo, compie un cammino senza apparente direzione che pure segnerà la strada di tutti quelli che verranno dopo. Ogni famiglia della comunità ha il suo spazio, mantiene la sua identità. Ma non è isolata dalle altre: c'è un rapporto di condivisione, di vicinanza, di mutuo aiuto. E c'è un filo sotterraneo che tutto unisce: l'accoglienza. "Quando siamo arrivati quasi tutte le porte erano rotte: era un segno: le avremmo riparate, ma dovevano restare aperte". Accoglienza vuol dire accettare di farsi mettere in gioco dall'altro, Vuol dire scardinare le proprie certezze, mettersi in discussione. Vuol dire non restare impenetrabili ai bisogni della società: "Qualche giorno dopo che eravamo andati a vivere lì è venuto un assistente sociale con una bambina che non aveva dove andare. Era un segno. Si doveva cominciare da lì".
C'è un ultimo pilastro che regge l'impianto di Villapizzone, forse non è il più importante, ma certamente il più ostico per noi, abituati alla ferrea legge del possesso. Si chiama cassa comune. Ciascuno ci mette i guadagni del suo lavoro. E' il primo passaggio. Ce n'é un secondo: è un assegno in bianco. Ciascuna famiglia riempie la casella con quanto le servirà quel mese. "Ognuno – sintetizza Volpi - produce ciò di cui è capace e prende ciò di cui ha bisogno.
Due piccoli movimenti e dentro c'è tutto: c'è la disponibilità a una vita sobria, c'è una profonda condivisione, c'è soprattutto, una totale fiducia tra tutte le famiglie della comunità.
Villapizzone ora è solo un nome in un elenco. Che si allunga. Che si allungherebbe molto se non fosse così difficile trovare l'ambiente, il casolare, una casa sufficientemente ampia per ospitare le famiglie, sempre di più, che vorrebbero vivere esperienze di questo tipo.
Condomini solidali. Si chiamano così. E la parola condomini, così ingrigita dall'uso, così legata a situazioni di vicinanza senza contatto, sembra rianimarsi, vivere di vita nuova.
In ogni condominio cinque-sei famiglie al massimo. In ogni comunità una rete di condivisione, una porta aperta verso i bisogni della società. Momenti di incontro comunitario. La cassa comune.
Non è una ricetta complicata. Ma può cambiare la nostra vita. Ed è un cambiamento sano perché, conclude Bruno Volpi, se è vero che cominciare queste forme nuove di relazione non è facile, è anche vero che è possibile. E, quando accade, dà felicità".
Bruno Volpi con sua moglie e Enrica e un gruppo di famiglie dei condomini solidali sarà a Romena il prossimo 23 ottobre per un incontro in programma alle 15.
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