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Arturo Paoli - una vita dedicata ad "amorizzare il mondo"

Scritto da Redazione on . Postato in News

Arturo Paoli sorriso 2015

"Ti va un caffè?" Sono le otto di mattina e Arturo saluta così gli occhi assonnati del suo interlocutore. I suoi sono vispi e lucenti. Come ogni mattina si è alzato che era ancora notte, ha pregato Dio accogliendolo nel suo farsi alba, ha camminato a lungo nel bosco, e lo ha fatto 'cantando'.

Spello, comunità dei piccoli fratelli di Charles de Foucauld. Una piccola cella, un letto e una pila di libri accanto, tanti amici, e questo basta perché Arturo Paoli si senta a casa e così faccia sentire chi lo incontra. "Mi piace stare al mondo" esordisce, con la sua disarmante semplicità. Ha 93 anni, Arturo, ed è bello che si possa attraversare quasi un secolo di vita e, avvicinandosi alla soglia del mistero, pensare e vivere così. "Quello che rende bella la vita - esordisce - è il non portare fardelli. Non ti posso dire che la mia vita sia stata tutta buona, no, però ti posso dire che la mia vita è stata bella: anche gli aspetti negativi, anche le 'bischerate' che ho fatto, anche le avversità sono state importanti, perché mi hanno aiutato ad avanzare, a vedere di più, a liberarmi da tante pesantezze".

La sua vita, quella che oggi ci racconta, esprime chiaramente questa convinzione: tutto concorre all'incontro con Dio, e l'incontro con Dio illumina ogni evento, anche quelli che è più duro accettare. Così, per esempio, matura la sua prima grande svolta: Arturo ha appena otto anni e per caso, in una piazza della sua Lucca, assiste a uno scontro a fuoco tra fascisti e antifascisti. Nei suoi occhi bambini restano impresse le sagome dei morti, il sangue dei feriti. "Questa immagine non mi dava pace. Eppure  un episodio di per sé così cruento, così negativo, sarebbe divenuto la guida della mia vita: perché in me configurò l'idea che il mondo era in conflitto e che bisognava fare qualcosa perché gli uomini si riconciliassero. Ma la strada della conciliazione non passava certo attraverso la violenza: in Gesù trovai il modello della povertà estrema, della fragilità estrema che si contrappone alla forza".

"Camminando s'apre cammino" ha intitolato Arturo uno dei suoi libri più belli. Allo stesso modo il cammino della sua vita sembra aprirsi proprio quando il vento degli eventi soffia forte in senso contrario. Così il giorno della sua ordinazione sacerdotale, siamo nei primi anni quaranta, non lo salutano le campane a festa, ma ancora suoni inquietanti, quelli delle sirene che annunciano un attacco aereo. Un nuovo segno: la sua prima missione da prete sarà quella di condividere la fame, la paura, i tempi duri della guerra.  "Eppure - ricorda -  pur tra i tanti orrori che ho visto, quegli anni mi hanno anche trasmesso la sensibilità, la misericordia per coloro che soffrono il peso dell'ingiustizia. Ho sentito con chiarezza che l'ingiustizia è il peccato, il vero grande peccato".

Serve ancora un passaggio, il terzo, nella formazione di Arturo, e questa volta arriva per una dolorosa vicenda personale. Nel dopoguerra, dopo anni dedicati alla formazione dei giovani cattolici come vice-assistente nazionale di Ac, è costretto a pagare a duro prezzo le sue idee: viene messo ai margini, costretto a lasciare Roma. E' un passaggio durissimo dal quale però, in maniera inattesa, sboccia la sua vita futura: inviato come cappellano sulle navi degli emigranti, incontra sulla rotta Genova-Buenos Aires un piccolo fratello di Charles De Foucauld. In poco tempo matura la decisione di scegliere la stessa strada: "Mi convinse il loro stare in mezzo ai poveri.  Io ho sempre sentito che la Chiesa doveva stare con i poveri. In casa mia io non ho sofferto la povertà però ho capito che la scelta di Gesù è una scelta dei poveri e che bisogna essere poveri per stare dietro a lui". Anche dietro questa fase di crisi, ecco aprirsi un orizzonte nuovo: la missione tra i poveri in Sudamerica, cui Arturo dedicherà quasi cinquant'anni della sua vita. E' il segno, l'ennesimo, di come ogni fase di crisi nasconda in sé l'opportunità più grande: quella, come dice Arturo, di "raggiungere l'intimità con Dio". "Lo dice anche San Paolo, Dio ama 'ea qui non sunt' le cose che non sono. Bisogna arrivare ad accogliere profondamente quello che è negativo, quello che tu in quel momento consideri una palla al piede, lo devi valorizzare come bisogno della grazia, come inferiorità che ha bisogno di essere aiutata. Perché in fondo la fede in Dio cos'è? E' sentire il bisogno di lui, il desiderio di Lui.  E allora per sentire Dio, devi sentirne profondamente il bisogno; se no ci può essere la fedeltà alla dottrina, ma non si raggiunge l'intimità con Lui. E così la sofferenza, le delusioni, le umiliazioni che ricevi a un certo punto li benedici perché sono quelli che ti hanno portato a questa intimità".

Arturo parla, ti guarda fisso negli occhi, spesso sorride. La sintesi di una vita è in questa serenità, in questa levità che nasce dall'accoglienza quotidiana di un Dio che libera, di un Dio vicino, di un Dio di cui non si deve aver paura. E Arturo non ha paura, nemmeno della morte. Anche per questo si può concludere l'incontro con la domanda che contiene tutte le altre. Cosa pensi di trovare oltre la soglia? "Vedi — risponde -  oggi pomeriggio un caro amico mi accompagnerà a fare una passeggiata. Io non sto mica a chiedergli dove andremo, non sto mica a farmi spiegare cosa troverò. Così penso all'incontro con Dio. E' un amico. E io mi fido di lui".

Una piccola galleria fotografica di Arturo Paoli

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