Ecco il Giornalino n.3

Scritto da Redazione on . Postato in News da Romena

3 Le poche cose che contanoFresco di stampa è stato spedito a fine febbraio il nuovo numero del Giornalino. Il n.3 si chiama "Le poche cose che contano" ed è in arrivo nelle case di chi ne ha richiesto la spedizione (qui tutte le informazioni in merito). Ora è anche disponibile per tutti on-line sul sito in questa pagina. Qui potete leggere l'intervista al nostro Gigi, Luigi Verdi, che ha ispirato questo tema.

 

 

 

Le poche cose che contano

Conversazione con Luigi Verdi

di Massimo Orlandi

Padre Giovanni Vannucci diceva che occorre costruirsi un'arca per affrontare il diluvio dei nostri tempi. Lui pensava di metterci un po' silenzio, da contrapporre alle troppe parole. Quell'arca è ancora più necessaria per salvare l'uomo da se stesso, dal modo in cui vive, inghiottito dal suo ego e dalle smanie del consumismo. Ed è proprio partendo dal bisogno di mettere a fuoco ciò che sostiene e dà senso alla nostra umanità che il nostro don Luigi Verdi, responsabile della Fraternità di Romena, ha sviluppato una riflessione che sta condividendo in tante città d'Italia. Al centro ci sono “le poche cose che contano”.

Gigi, da dove nasce l'esigenza di mettere al centro dei tuoi incontri di quest'anno “le poche cose che contano”?

Nasce dal bisogno di riscoprire ciò che davvero fa bene alla nostra vita e alla vita degli altri. In questi ultimi cinquant'anni ci siamo ubriacati di falsi valori che hanno avuto la conseguenza, dietro un apparente benessere, di peggiorare la vita di tutti.

Guardiamoci intorno: siamo circondati di rapporti umani pietosi, la terra è malata, l'aria irrespirabile, il cibo avvelenato. Per questo credo sia necessario ricominciare da ciò che, dentro queste macerie, può aiutarci a ricostruire qualcosa di autentico.

Durante gli incontri racconto la storia di Cenerentola. Il padre parte per un lungo viaggio e : le sorellastre chiedono, per il suo ritorno, bei vestiti e gioielli; Cenerentola, invece, gli chiede il primo rametto che urterà a cavallo tornando a casa.

È un ramo di nocciolo; lo pianta sulla tomba della madre, lo innaffia tre volte al giorno con le sue lacrime ed ogni volta che è lì, un uccellino bianco si posa sul nocciolo. Da questo si capisce perché Cenerentola saprà affrontare le offese e le ingiustizie che riceverà; perché non ha chiesto cose superflue, ma ciò che le serve davvero. Quando si individua questo, la nostra vita non dipende più dalle circostanze, si alimenta di autenticità.

Come possiamo individuare il nostro ramo di nocciolo?

Innanzitutto rendendoci conto che bisogna capovolgere la logica di questo consumismo: viviamo con la smania di avere sempre di più, convinti che solo appagandola si può star meglio. In realtà ogni uomo ha bisogno di pochissime cose per rendere giustizia del fatto che vive.

L'esperienza di Romena è nata da questa intuizione: che oggi c'è più bisogno di togliere invece che di aggiungere. Chiunque, entrando in questa chiesa così nuda, così spoglia, respira un profondo senso di pace e sente che non serve molto di più per star bene al mondo. Per questo all'ingresso dei nostri angoli di preghiera ho messo un cartello: ogni uomo ha bisogno di tre cose: un pezzo di pane, un pò di affetto e di sentirsi a casa. E' la sintesi estrema di ciò che ci serve, è la regola della nostra accoglienza.

Da dove si parte in questo percorso a ritroso verso ciò che ci può che ci serve per star bene.

Dal ritrovare la nostra umanità. Ognuno di noi ha bisogno di sentire il valore della sua umanità, ha bisogno di sentirsi un pezzo unico del mosaico divino.

Per far questo, secondo me, bisogna innanzitutto ritornare alle nostre radici, alla nostra terra, ridiventare humus, umili, nella consapevolezza che, In qualunque cosa che facciamo noi bisogna partire dalla terra e tornare alla terra.

Nella nostra via della resurrezione la prima tappa è proprio l'umiltà: la ritengo necessaria a tutti i passaggi successivi.

Oggi pensiamo di aver capito tutto, di non aver bisogno di nessuno. E invece abbiamo bisogno di imparare da tutti, farsi piccoli, tornare terra. Guarda, per esempio una storia d'amore: si parte umili, delicati, poi si acquista un ruolo, si comincia a fare i prepotenti. E si sciupa tutto.

Altra cosa indispensabile è riscoprire la forza della debolezza. Quando abbiamo visto le persone toccarci di più il cuore? Quando ci mostrano la loro debolezza, Nei momenti in cui la vita ci conduce al limite estremo della nostra impotenza, nei momenti di vuoto, sprigioniamo l'essenza di noi. “Accettare un vuoto in noi è cosa sovrannaturale”, ha detto Simone Weil.

Infine per ritornare a essere umani è necessario riscoprire il gusto della lentezza. Oggi viaggiamo con ritmi folli, con quest'ansia continua di correre. Se chiedi ai giovani cosa pensano di babbo e mamma loro ti rispondono che sono 'esauriti'. E hanno ragione. Questa frenesia ci distrugge, ci divide in noi stessi.

Ritrovare la lentezza non vuol dire fare meno cose: la lentezza è fare una cosa alla volta.

Tu come ti eserciti a ritrovare oggi giorno la tua umanità

 

Tutte le sere quando rientro, chiedo a Dio due cose. Di rimanere piccolo: vado in giro, agli incontri viene tanta gente, è un continuo cercarmi. E io oggi giorno cerco di ricordare chi sono, che sono bocciato due volte a scuola, che sono più intuitivo che intelligente.

La seconda cosa che chiedo è di avere gli occhi di Dio. Mi piacerebbe da morire avere gli occhi di Dio, per vedere ciascuna persona per come è, senza pregiudizio, senza sospetto, guardando dentro il suo cuore.

 

Il cuore delle persone. Tu ne senti tanti di cuori ogni giorno nei tuoi incontri. Cuori feriti, cuori trafitti dal dolore. Cosa ti insegnano questi cuori a proposito di ciò che conta davvero.

Sono grandi maestri per me. Quando vedi il mondo dopo una malattia, dopo la morte di una persona cara, il mondo diventa nudo, tutto ti appare molto essenziale. Le persone che soffrono, questo ho capito, toccano la vita vera.

In questo periodo, forse per gli anni che passano, mi commuovo sempre più spesso, piango più spesso, e mi emoziona tanto vedere le persone che piangono.

Le lacrime ripuliscono gli occhi, ti fanno sentire la densità della vita. Quando piangi per una persona cara senti tutta la densità della vita, senti il nocciolo della vita.

C'è bisogno di vivere esperienze dolorose per percepire questo?

Bisogno non ci sarebbe, ma diventa quasi una condizione necessaria perché oggi è stata quasi atrofizzata la nostra sensibilità. Abbiamo perso il contatto carne a carne con l'altro. Vedi, a me interessa poco sapere di una persona se crede o non crede, mi interessa piuttosto sapere se, davanti a uno che sta male, si ferma a soccorrerlo o passa oltre. E' questa sensibilità, questo essere carne a contatto con la carne del mondo che porta verità, dolcezza, amore.

Ritrovare l'umanità. E' il primo compito. E poi? Quali sono per te le altre cose che contano?

Credo che ci siano almeno due altre cose cui nessun uomo può rinunciare. Alla sua dignità, e al suo bisogno di gioia e di bellezza.

Oggi vedo troppe persone che invece di stare dentro la vita, fuggono. Tanti giovani per fuggire bevono o si drogano, molti adulti riempiono in maniera schizofrenica le loro agende. Dare dignità alla vita vuol dire abitarla, starci dentro, riuscire a darle una direzione che non sia imposta dagli eventi. Ho sentito dire una volta da Roberto Benigni: non si può scegliere il nostro destino, ma abbiamo un grande potere, quello di dare un senso alla nostra vita e alla nostra morte.

Ho incontrato e incontro tante persone che, per dolori, tradimenti, perdite, separazioni, avrebbero tutto il diritto di maledire e invece benedicono la vita.

La dignità poi è impastata con un'altra grande parola: libertà, Le persone che hanno dignità sono libere, non si fanno comprare.

Ci hanno fatto credere che questa sia la fase della storia in cui ci sia più libertà, ma non è vero, siamo la generazione più schiava, perché prima le catene le vedevi ora non le vedi più. L'inganno è fra la libertà esteriore e interiore: oggi dipendiamo da tutto. Dalle paure, dalla moda, dalle nostre ferite. Dov'è che siamo liberi? Se amo Gesù è anche perché non si è fatto comprare da nessuno, né dai soldi, né dal potere, né dall'ambizione, né dalle emozioni. Gesù era davvero libero.

Siamo all'ultimo punto: la gioia.

Ho scelto di proposito la parola gioia, e non, come sembrerebbe più naturale, la parola felicità. Perché la felicità è lunatica, ha bisogno di condizioni. La felicità è quella dei giorni di sole, e sappiamo tutti che non tutti i giorni sono così.

Amo la parola gioia. La gioia è quella di San Francesco e si realizza in ogni condizione, e sa spremere da ogni momento qualcosa di bello. La gioia è come la descrive Gandhi: “Saper danzare sotto la pioggia” . Io credo che non ci basta provare ogni tanto un poco di gioia, ma dobbiamo provare gioia nel vivere.

E accanto alla gioia penso anche alla bellezza. Ci fa bene, ci è necessario assaporare un po' di bellezza. Ha ragione Dostoevskij: la bellezza salva il mondo.

Se queste sono le cose essenziali, chi, oggi, secondo te, chi ha mantenuto questa capacità di coglierle?

Ho in mente tre tipologie di persone: i monaci, i bambini e gli innamorati.

I monaci: con questi ritmi folli, l'unica possibile salvezza è tornare monaci nella città. Ogni giorno dovremmo dedicare mezz'ora alla mente, e magari leggere qualcosa, mezz'ora al corpo e almeno camminare, mezz'ora all'anima e starsene un po' in silenzio e in ascolto. Se non riunifichi mente, corpo e anima ti perdi. Una disciplina interiore ci è indispensabile.

E poi i bambini: perché ii bambini ascoltano con gli occhi, non con gli orecchi: dobbiamo ricominciare a guardare le persone come fanno i bambini.

Infine gli innamorati: da innamorati si ascolta tutto, si ascoltano i pensieri, i sospiri, i vuoti. Si è ricettivi su tutto.

I monaci, i bambini e gli innamorati possono farci da maestri per capire ciò che conta davvero. E per dare una direzione alla nostra vita al centro della quale non ci sia la domanda “Chi sei ?” Ma “Che cosa lasci passare attraverso di te?” Nella speranza di essere strumenti di vita e di amore.

 

 

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