Con Maria, madre di ogni parto

Al tempo del Concilio Vaticano II si combatterono due visioni su Maria, madre di Gesù: una che puntava sul suo essere quasi una semidea, soprannaturale, donna dei privilegi divini che doveva placare un Dio giudice esigente e severo e per questo richiedeva preghiere e devozioni; l'altra che la considerava per la sua umanità, la prima tra le discepole di Gesù, insomma “una di noi”. 

Alla fine prevalse la seconda linea, quella dell'umanità di Maria. Se Maria non è un essere soprannaturale e privilegiato, ma “una di noi”, allora quello che ha fatto lei lo possiamo vivere anche noi, nel nostro piccolo.

 

Il tempo di Natale è il tempo per imparare ad essere madri. Tutti. Non solo Maria, madre di Gesù, deve partorire un figlio, il Figlio; come lei, con lei, anche noi siamo invitati a compiere il percorso per dare vita, per dare alla luce il figlio divino, il seme divino che è in noi. Anche noi possiamo come Maria vivere il Natale come un parto di novità, se ci lasciamo visitare dalla Vita, che bussa in maniera a volte sorprendente e inattesa, e se sappiamo lasciare spazio perchè la Vita cresca e nasca in noi.

 

Questo si chiama ascolto. Ecco perchè bisogna prepararsi all'Incontro. E ci si prepara se si lascia cadere tutto ciò che ci impedisce di ascoltare e di vedere. Lo dice Isaia: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno le orecchie dei sordi”. Per ascoltare ci vuole silenzio, che è capacità di restare senza parole davanti al Mistero (in greco “mistero” significa proprio “rimanere senza parole”). Per vedere, che è diverso da “guardare”, bisogna avere uno sguardo che è passato attraverso il silenzio, il mistero, il buio. La vera cecità non è quella fisica, ma quella che ti impedisce questo sguardo profondo e attento sulla realtà.

 

Mi colpisce che Isaia scriva le sue pagine più belle, più gravide di utopia e di coraggio, proprio nei momenti più bui della vita del suo popolo, in piena deportazione ed esilio. In esilio, due secoli più tardi, vengono scritti la maggiorparte dei libri dell'Antico Testamento, le Sacre Scritture. Mi colpisce quanto il buio possa essere a volte passaggio necessario verso la luce. Quanta sofferenza c'è negli artisti che creano bellezza (o forse trasformano una bellezza che è già dentro le cose, aiutandola ad uscire fuori?), nei poeti che estraggono le loro perle, negli inventori che regalano le loro intuizioni? Quanta fatica c'è in chi non si rassegna e continua a lottare e a sperare contro ogni speranza, in chi regala un sorriso o una visita inaspettata?

 

Se vogliamo che anche in noi nasca il Nuovo – non parlo delle novità sdolcinate del mercantilismo natalizio che altro non sono che vecchiume ritinteggiato – non dobbiamo avere paura di affrontare il vuoto, il nulla, il buio, tutto ciò che rappresenta una perdita, anche se dolorosa. Ogni parto ha una sua parte di sforzo, di fatica necessaria e naturale, senza la quale non può nascere niente.

 

 

Mi piace molto il segno della veglia di Romena di quest'anno: un piccolo seme di senape consegnato perchè lo si possa piantare soprattutto nei momenti più duri. E quanto vale ancora di più un segno del genere, fatto da un anziano o da un malato terminale, consapevoli che non potranno vederne i frutti! Ecco, vorrei augurare un Natale così soprattutto a quanti sono scoraggiati, soli e delusi. A quanti sentono di non avere futuro. Come Maria, con Maria, lasciamo nascere l'inedito, anche ciò che non capiamo, e con fiducia mettiamo quel semino sottoterra, nel buio freddo della terra. Un giorno qualcosa nascerà.a

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