Nel cuore della vita

Gv 20,1-9: Nel cuore della Vita

Il sepolcro vuoto è la sorpresa di Pasqua! Ciò che meno ti aspetti avviene, anzi supera la tua stessa immaginazione! Maria Maddalena va al sepolcro per onorare il corpo senza vita dell'Amato, e invece trova come preparata una camera nuziale, con il sudario ripiegato a parte. Perchè la morte, il sepolcro di Gesù non è luogo di separazione ma di unione, di comunione, di Vita.


Una Vita che già si è rimessa in cammino: quanto movimento c'è in questa scena, quanti verbi di azione: Andiamo anche noi con Maria al sepolcro, corriamo anche noi con Pietro e Giovanni ed entriamo nel sepolcro e “vediamo”. Con lo sguardo di Pietro o quello di Giovanni?
Due verbi diversi vengono usati: theorèo per indicare il guardare senza profondità, un po' come davanti ad uno spettacolo, che non sa vedere oltre e si ferma a ciò che constatano gli occhi; è il “guardare” di Maria, che vede la pietra del sepolcro ribaltata, e di Pietro, che vede le bende a terra e il sudario piegato, ma non comprende il senso; poi c'è il verbo orào (eiden), il “vedere” con gli occhi del cuore, con l'intuito dell'amore, che ti fa vedere oltre e cogliere il significato profondo delle cose.

Il reale è oltre ciò che possiamo sperimentare con i sensi. In inglese concrete è il cemento. Ma se è concreto solo ciò che ha la consistenza del cemento, noi rischiamo di rimanere alla superficie della vita e ci sfugge la realtà profonda delle cose. L'amore è reale e concreto anche se non lo possiamo “toccare”. Quando siamo innamorati sperimentiamo la sua concretezza. Così anche Gesù risorto è reale, ha un corpo reale, ma sperimentabile solo con altri “sensi”, quelli della fiducia e della gioia.
C'è dunque un guardare e un vedere, c'è uno sguardo sulle cose, sugli altri e sulla vita capace di contemplare il mistero e uno sguardo superficiale, da spettatore passivo di tv che guarda senza coinvolgersi. E noi in che modo guardiamo la realtà, ciò che (ci) accade?
La scuola della risurrezione ci insegna che c'è un intuito speciale d'amore, uno sguardo profondo, contemplativo, “mistico” per leggere la realtà, per coglierne il mistero. La parola “mistero” viene dal verbo greco miein che vuol dire “rimanere senza parole”. Quando ti metti di fronte alla realtà, non c'è solo la spiegazione logica, razionale, la dimostrazione scientifica, lo sperimentare osservabile e misurabile; questo coglie solo una minima parte della realtà. È come se osservassimo la punta di un iceberg: il vero “reale” è sommerso, anzi... immerso nel mistero, che chiede di attivare altri sensi per poterlo in qualche modo cogliere, intuire, sfiorare. Il linguaggio della fede/fiducia è quello che trasfigura lo sguardo dando la possibilità di cogliere quell'essenziale invisibile agli occhi (Antoine de Saint-Exùpery).

Allora c'è un “vedere” che ti illumina l'esistenza, di fa capire, riconoscere ciò che veramente conta. Infatti la vera sapienza di vita è capire cosa vale la pena fare cosa no (A. Potente). Questo lo puoi vedere solo con gli occhi della fede: infatti Giovanni annota: “Vide e credette” (v. 8). Ecco l'altro verbo che manda in fibrillazione: “credere”. È quello che succede quando ti lasci toccare dai fatti, dalla vita. Allora non ragioni più sulle cose ma le vedi con il cuore. Un po' come succede ai poeti, agli artisti, ai musicisti, che hanno corde diverse per “sentire” la vita. E così la Vita torna a vibrare la sua energia!

Forse risorgere significa anche tornare a sentire la Vita nelle sue vibrazioni profonde, smettere di pensare, di ragionare, di guardare le cose stando alla finestra, ma scendere in strada per annusare la Vita e tornare a fare esperienza diretta, coinvolgendosi con tutti i sensi e andando oltre, anche con gli altri “sensi”, quelli della fede, dell'amore, della bellezza, del sentire la vita altrui. Il pensiero può essere un grande inganno, un sorrogato di vita, di azione. Nasce per sfogare una tensione: vivi nella tua testa quello che immagini possa accadere nella realtà così ti prepari prima e smorzi la tensione.

Vedete, Giovanni ci fa capire che ci sono due modi, nella chiesa, nella vita di tutti i giorni, di vivere: una con la testa, con i pensieri, la logica, la teologia, la razionalità, la dottrina (ed è la chiesa di Pietro); l'altra è quella di Giovanni (o meglio, del “discepolo che Gesù amava”..., come si autopresenta), che usa l'intuizione amorosa, l'estasi, la mistica, l'esperienza, lo sguardo contemplativo che sa cogliere oltre l'apparenza.
Cosa vede Giovanni? Vede e legge i segni della vita, li interpreta. Il segno che vede è un'assenza, un vuoto. C'è un vuoto di morte che è un pieno, un pieno di Vita. Ci si aspetterebbe di trovare il cadavere di Gesù; e invece non è lì. E cosa arriva a credere Giovanni? Che la Vita non si è spenta dentro un sepolcro, anzi ha fatto saltare la pietra che la teneva bloccata. Ha creduto che la Vita è più forte, che ha sempre ragione, che la morte non ha l'ultima parola. Che tutto, anche la morte, è passaggio di trasformazione verso più Vita, più amore, più gioia.

La Pasqua è lo scandalo della vita felice. Significa che non sei fatto per la morte, sei fatto per la vita! Questo è scandaloso perchè l'unica cosa certa – ci insegnano fin da piccoli - è la morte, per cui viviamo sempre sotto la sua ombra cupa, la paura di non esserci più o di perdere le persone care. Sembra che la vita debba essere un allenamento alla sofferenza. C'è una categoria esistenziale e teologica dimenticata, quella dell'allegria. È una categoria pasquale perchè in fondo la Pasqua è l'allegria delle cose, l'allegria di tutti (animali, cose, persone, tutto l'universo che esiste perchè è sognato), il senso della festa, celebrare la Vita.

Tutta l'esistenza di Gesù è stata vissuta con tale pienezza di vitalità e di amore che nulla di morto è rimasto a marcire nel sepolcro. Noi tutti assaporiamo in vari modi la morte durante la nostra vita, attraverso gli errori, le paure e le cadute con cui freniamo il cammino della vita; quando la morte ci coglie, tutto ciò che è “morto” rimane nella tomba e ritorna alla terra. Ma Gesù ha vissuto con una tale passione e intensità la sua esistenza che nulla di morto è rimasto nel sepolcro, perché in lui tutto profumava di vita. Tutta la vita di Gesù è stata capace di risurrezione perché ha vissuto solo per amore. Paolo afferma che alla fine l'unica cosa che resterà sarà l'amore (1Cor 13). Gesù ha vissuto tutto nell'amore, non ha sprecato nulla di ogni attimo della sua vita e per questo è risorto.

La vita di Gesù è stata un passaggio continuo attraverso morti e risurrezioni. Vive momenti di grande “successo” con la gente, ma contemporaneamente c'è qualcuno che decide di farlo morire; la voce di D-o lo chiama “Figlio amato”, ma un attimo prima era in fila a ricevere il battesimo come tutti i peccatori e subito dopo viene tentato da Satana. Tutta la sua vita, specie alla fine dei suoi giorni, è stata attraversata dal fallimento, dall'abbandono, dall'ombra di morte. Eppure ha creduto e sperimentato continuamente che da un fallimento può nascere una vittoria, da una sconfitta può nascere un'opportunità, un momento di oscurità può trasfigurare nella luce.  

Gesù muore e risorge durante la festa ebraica di Pasqua (Pesach), che è il memoriale della liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù d'Egitto. Pesach in ebraico significa “passaggio” e si riferisce non tanto all'attraversamento del Mar Rosso, ma al passaggio dell'angelo nella notte di fuga dall'Egitto, che colpisce i primogeniti egiziani salvando solo quegli israeliti che hanno versato il sangue dell'agnello sugli stipiti delle proprie porte (Es 12,12).
Risorgere significa credere che è possibile compiere dei “passaggi” di salvezza, trasformare delle situazioni di morte e di “prigionia” in situazioni di vita e libertà, ricominciare a camminare laddove ci si è fermati, tornare a sperare laddove si è sprofondati nella disperazione, credere che nel fondo di quel male, quel buio, quella morte c'è un di più di bene, di luce, di vita.

“Nietsche: Non è vero che Cristo è risorto, se no i cristiani avrebbero un’altra faccia. Cioè l’incontro con il Risorto vuol dire risorgere. Se t’incontri con la luce, hai luce; se t’incontri col fuoco, bruci; se t’incontri con l’acqua sei bagnato perlomeno! Così l’incontro col Risorto ti fa risorgere alla sua vita” (Silvano Fausti). Allora quello che è decisivo non è la risurrezione di Cristo, ma se la nostra vita risorge, se facciamo esperienza di risurrezione. E se ciò non avviene non serve a nulla dire di credere nella risurrezione di Cristo.


Credere nella risurrezione significa credere che non c'è una situazione che non possa cambiare, trasformarsi, evolvere, avere fiducia che anche un “male necessario” possa servire ad un bene più grande, che anche l'egoismo, la sfiducia e la tristezza più incalliti possano diventare luogo di maggiore amore, fiducia, gioia. Perché, come direbbe Paolo, “Tutto concorre al bene di coloro che amano D-o...” (Rom 8,28).  
Nelle mani di D-o neanche la morte è inutile, neanche la morte è mortale veramente! Essa è un passaggio, spesso doloroso, di trasformazione e può diventare persino un capolavoro d'amore. Questa è l'arte di D-o, il suo “mestiere” proprio: trasformare in vita ciò che è morto, far risorgere ciò che è chiuso nel sepolcro, rimettere in piedi e in cammino una vita bloccata, riaprire strade in fondo a vicoli ciechi.

Come si fa a credere nella risurrezione? Il vangelo ci suggerisce che senza amore non puoi comprendere la risurrezione; ci arriva non chi entra per primo e constata che il corpo non c'è più (e non è stato portato via perchè dei ladri non si mettono a piegare per benino i lini), ma chi intuisce che è avvenuto qualcosa di più grande, che in fondo Gesù aveva preannunciato (v. 9). Solo il “discepolo che Gesù amava” lo può capire, perchè solo l'amore fa risorgere la vita. L'amore sa leggere i segni, sa ricordare (cioè riportare al cuore) ciò che era stato già detto, cioè la Parola, le Scritture. Un esempio di come l'amore fa risorgere da un film: “La tigre e la neve” con Roberto Benigni e Nicoletta Braschi, innamorati nel film e nella vita.

L'amore infatti è il più veloce di tutti: l'amore di Maria Maddalena brucia tutti i discepoli e giunge quando è ancora buio al mattino del “giorno Uno” (riferimento ad una nuova creazione?, cfr. Gen 1,5). Ed è la prima “pellegrina” che si reca al Santo Sepolcro...
“Si reca al sepolcro”: per 7 volte si ripete quasi ossessivamente la parola che tutti vorremmo dimenticare, “sepolcro”, e che invece ha la stessa radice di “memoria” (mneméion). Più ci vogliamo liberare dalla morte e più essa diventa un problema che assilla l'esistenza.
Eppure “entrare nel sepolcro”, come fanno Pietro e Giovanni, ci fa bene, perchè è come se entrassimo dentro il grande tabù del nostro inconscio, è la guarigione da quella memoria della morte che ci condiziona l'esistenza con le sue paure, chiusure e blocchi.
Pietro è il primo ad entrare, ma non perchè è il Papa... o perchè è il migliore, ma perchè ha sperimentato il fallimento della sua fedeltà a Gesù e quindi ha capito che si è discepoli non per meriti ma per misericordia. Dunque non è il primato della chiesa petrina, intesa come razionale, rigida, normativa, ma il primato della misericordia, del sentirsi accolti anche nell'infedeltà che Pietro ha sperimentato.
Però è Giovanni che arriva per prima, È il primato dell'amore. L'amore ha fretta, corre veloce. Però sa anche aspettare l'altro, è rispettoso l'amore, non frega l'altro...magari più vecchiotto!
Nessuno intuisce subito che Gesù è risorto, perchè la risurrezione è un grande mistero, di cui nessuno è stato testimone oculare. D-o non ci ha salvato dalla morte, perchè moriamo e moriremo tutti, ma non ci ha destinato alla morte, bensì alla Vita.

In quei lini e in quel sudario ci sono circa 30 chili di profumi (mirra e aloe, cfr. Gv 19,39). Il sepolcro è diventato il luogo non della puzza di morte ma del profumo. Dio è profumo di Vita che riempie i sepolcri della nostra esistenza! E prepara il letto nuziale coi lini e il sudario piegato... Si respira aria di festa, profumo di sposi e amanti, in quel sepolcro vuoto lasciato aperto perchè ognuno vi entri!
Per questo Maria non se ne va dal sepolcro (v. 11).
Allora non è importante credere o no nella risurrezione, ma entrare nella stanza nuziale coi profumi dell'amore.

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