Quando la morte è compimento dell'esistenza

La ricorrenza del 2 novembre è chiamata “commemorazione dei defunti”. Già il termine “defunti” non parla di morte ma viene dal latino “defungi” che vuol dire “coloro che hanno compiuto l'esistenza”. Quindi i defunti non sono dei morti, quelli che cessano di vivere ma coloro che hanno compiuto l'esistenza.

Poi la parola “commemorazione” è un invito a “fare memoria insieme” della morte, a riflettere su questo grande tema che è il tabù della nostra epoca.

Il grande tabù di quando io ero piccolo era il sesso. In casa non si parlava mai del sesso;era sbagliato, era peccato. Il sesso era una questione trasgressiva che si affrontava tra compagni di scuola. Però ci portavano ai funerali, o a vedere i nonni ammalati o morenti, anzi a volte li vedevamo morire perché morivano in casa.

Quindi possiamo dire che la società in questi ultimi 30-40 anni ha subito una profonda trasformazione. Il tabù da quello del sesso è diventato quello della morte.

Infatti i bambini oggi non si portano più ai funerali, non gli si fa più vedere i morti, gli si risparmiano addirittura anche le visite in ospedale, per non traumatizzarli. Niente di più sbagliato. Perchè questa è una finta sensibilità, in realtà la vera sensibilità è aiutare il bambino a comprendere la naturalità, la naturalezza dell'ammalarsi e anche del morire, piuttosto che nascondere la morte come fosse un problema, come una grande rimozione.

E' un grande tabù, tanto che quando tra amici si comincia a parlare della morte, si crea subito imbarazzo, qualcuno si tocca, ecc.

Non si ha più neanche il coraggio di nominare la morte. Non si dice più “mio padre è morto” si dice “mio padre ci ha lasciati” o “Dio se l'è preso” oppure “è mancato”, “è passato a miglior vita”, insomma tante cose per non dire che è morto.

Però questa cosa riemerge drasticamente nei film, nei cartoni animati, nei videogiochi, praticamente tutto ciò che noi rimuoviamo nella vita reale riemerge sotto forma di violenza in immagini, in film. Quindi la morte diventa spettacolo, è spettacolarizzata.

Tra l’altro qualcosa di simile ce lo racconta anche Luca nella passione di Gesù quando dice che “tutta la folla era venuta a vedere questo spettacolo”. E’ un piccolo esempio di come anche allora la morte era spettacolarizzata.

E noi l’abbiamo trasformata in spettacolo. Addirittura ci sono delle trasmissioni in tv sulla morte e sui mille modi di morire. Pensate che c'è un manuale giapponese di suicidio che in pochi mesi ha venduto oltre mezzo milioni di copie soprattutto tra i più giovani.

Tutto questo: il rimuovere e il riemergere prepotente della morte ci fa capire che non possiamo eludere questo argomento, perché non voler parlare della morte significa non voler parlare della vita, non affrontare la morte significa non voler affrontare la vita.

Si pensa sempre che la morte, le malattie riguardino gli altri e non si pensa mai che quella cosa può capitare anche a noi.

Un altro segnale di questa rimozione è il fatto di non accettare la vecchiaia, il passare degli anni, il non accettare la fragilità, il limite (pensiamo alle tante operazioni di oggi di chirurgia estetica, di lifting). Tutto questo in fondo nasconde questa grande paura della morte, di nominarla e di ammetterla nella nostra vita.

Però riflettere sulla morte significa riflettere sulla vita. Se c'è una cosa certa è che ognuno di noi morirà. Questa è la certezza inconfutabile. E allora perché negare una cosa che è certa, una cosa che prima o poi dovremo attraversare, dovremo vivere?

Forse perchè abbiamo estromesso la morte dalla vita, perché la morte sembra il contrario della vita. E dunque sembra che il contrario del vivere sia il morire. Ma in realtà non è questo.

Il contrario del vivere è il non-vivere, e il contrario di morire è nascere. Si nasce e si muore. Dunque nascita e morte fanno entrambe parte della vita.

Quindi la morte è parte della vita. Dobbiamo proprio farci entrare dentro questa convinzione, perchè questa convinzione rasserena la nostra inquietudine e la nostra paura della morte e di una morte estraniata dal vissuto, una morte rimossa.

La morte è parte della vita e ogni volta che la rimuovo io faccio del male a me stesso, tolgo come una parte di me, tolgo un passaggio importante e fondamentale della mia vita.

Quindi quando rimuovo la morte mi faccio del male e non posso vivere sereno se vivo con questa rimozione, con questa estromissione ma vivrò pieno di paure, fobie, nevrosi, ossessioni, compulsioni, attaccamenti, complessi, ecc. che è appunto il risultato di ciò che la nostra società nevrotica occidentale rappresenta.

Allora dovremmo imparare dalla natura, dalle cose semplici!

In questi giorni di autunno impariamo dalle foglie a cambiare il colore, a cadere anche! Le foglie ad un certo punto cadono, muoiono e permettono al ciclo naturale dell’albero, della vita, delle stagioni di rigenerarsi.

Nessun ramo ha paura di perdere le foglie. Nessun seme ha paura di morire sottoterra per far germogliare la pianta che fiorirà.

Allora dobbiamo imparare a vivere e ad accogliere il limite, la vecchiaia. C'è bellezza nella vecchiaia, c'è bellezza in ogni ruga del nostro volto. Mi viene in mente una frase famosa di Anna Magnani che disse “lasciatemi tutte le mie rughe, non toglietemene neanche una, ci ho messo una vita a farmele”!

Rimuoviamo la morte anche quando siamo superattivi, e non riusciamo a fermarci, a fare un attimo di silenzio, ad entrare dentro noi stessi e siamo presi dal vortice dell'attivismo, del carrierismo. Oppure rimuoviamo la morte anche quando ci sentiamo dei padri eterni, insostituibili, onnipotenti. E l'altro segnale sono l'accumulo, gli attaccamenti.

Ma vivere veramente significa accettare il cambiamento, accettare le trasformazioni. Cioè quelle piccole, grandi morti che in fondo conosciamo anche quotidianamente, che conosciamo nella nostra esperienza di vita e che sono degli assaggi e delle preparazioni a quella che sarà poi la grande morte.

Questi assaggi, queste preparazioni sono importanti perché ci portano ad essere pronti per quell'ultimo grande passaggio, per quell’ultima grande trasformazione che è la morte. In ebraico infatti morte si dice “mut” e in questa parola c'è proprio l'idea della “trasformazione”. Quindi per la bibbia la morte non è la fine di tutto, non è finire dentro una fossa ma è una trasformazione, l'ultima grande trasformazione.

Il vangelo di Giovanni (6,37-40) ci consegna parole molto belle, parole di speranza. Ci dice che Dio è dalla parte della vita, che Dio desidera la nostra vita, desidera che nessuno di noi vada perduto. Viene proprio utilizzato questo verbo “perduto” che viene dal greco “apollumi” che è il perdersi non come la pecorella smarrita che smarrisce la strada ma il perdersi radicale di quando uno è completamente dentro una fossa, dentro un abisso, dentro il nulla totale.

Questo ci fa capire che questo perdersi è una possibilità. Cioè è possibile che la vita di un uomo possa perdersi, possa fallire, cioè possa finire in questo abisso di infelicità e di sofferenza. Però, ecco la buona notizia del vangelo: Dio lotta con noi perché questo non accada. Dio è con noi perché il nostro desiderio di vita, il nostro istinto di vita possa vincere, possa prevalere su questa possibilità. C'è un grande teologo (ndr. Von Balthassar) che parlando dell'inferno dice “sì, l'inferno esiste ma io spero che sia vuoto”. Come a dire salviamo la possibilità che ci sia questo perdersi ma pensiamo che la volontà di D-o e dell'uomo di vivere si saldino insieme e rendano questa possibilità nulla, in qualche modo. E' una interpretazione suggestiva questa.

Allora il vangelo ci dice che D-o vuole per noi, la vita eterna e Gesù ha la stessa volontà di D-o e vuole per noi la stessa vita eterna.

Ma che cos'è questa vita eterna?

L'abbiamo un po’ sempre interpretata come il paradiso, come la vita che continua dopo la morte. Un po’ come un premio per i bravi che si comportano in un certo modo e che quindi alla fine, ottengono il paradiso, la vita eterna.

Credo - come diceva Antonietta Potente - “credo più nell’eternità della vita che nella vita eterna”.

Cioè credo più nella possibilità di vivere una qualità della vita che ha il sapore dell'eternità piuttosto che un prolungamento eterno del tempo e della vita. Però l'eternità della vita significa anche una tale qualità di pienezza, di gioia, di felicità di vita che deborda dai confini del tempo e dello spazio e quindi in qualche modo entra nell'eternità.

Poi cosa succede dopo non lo so (non sono mai morto) e non ho la più pallida idea di cosa effettivamente possa esserci dopo. Ma so, da quello che si desume dai vangeli, che la vita eterna non è l’altra vita ma è una qualità della vita, qui e adesso, di questa vita e comincia in questa vita per poi continuare (non si sa come) dopo la morte biologica.

Allora noi non siamo destinati alla morte ma alla vita. La morte c'è e dobbiamo riconciliarci con essa, non estrometterla dal nostro vissuto perchè la morte è semplicemente un passaggio. Certo, spesso è accompagnato da sofferenze e da dolore, ma è un passaggio di trasformazione.

C'è un biblista, Alberto Maggi, che recentemente ha fatto un'esperienza in cui è quasi morto per un grosso problema di cuore, e racconta con leggerezza e ironia nel suo libro “Chi non muore si rivede” le sue vicissitudini. MI colpiva che dice che lui si sentiva estremamente euforico, quasi felice di essere giunto a quel momento e ha chiamato la morte come “l'ultima beatitudine”, la morte come “pienezza di vita”.

Vi leggo qualche passaggio di Maggi: “la morte non ci toglie nulla ma ci viene incontro per regalarci la dimensione di pienezza di vita alla quale siamo chiamati.”

E ancora: “il momento del morire è il momento più bello della nostra esistenza perché finalmente ci si apre alla dimensione per la quale siamo stati creati. Ora si capisce perché un Francesco d’Assisi può chiamare “sorella morte”.”

Questo ovviamente senza nulla togliere alla sofferenza e all'angoscia che può venire in quei momenti. Maggi descrive della sua sofferenza come un dolore acutissimo, pensate che il disseccamento dell’aorta che lui ha avuto, è l'unico dolore fisico per il quale si può morire. Quindi la sua era tutt’altro che una spensieratezza. Ma queste frasi sono il frutto di un’esperienza vissuta in cui lui sente anche in qualche modo la bellezza e addirittura la gioia dell'essere giunto sul momento della soglia.

Poi ci sono anche le esperienze di pre-morte ma è un argomento in cui non vorrei entrare perché sono meandri difficili e complicati.

Sentite anche cosa dice Maggi contro l’accanimento terapeutico, perché spesso pensiamo che sia amore alla vita, attaccarci alla vita biologica mentre invece è proprio il contrario: l’amore per la vita è anche questa capacità di lasciar andare. Tra l’altro quando a lui capitò questa cosa, morì il cardinal Martini che aveva proprio rifiutato l’accanimento terapeutico. E Maggi dice: “Bisogna convincersi che non è sacra la vita dell'uomo, è sacro l'uomo. Cioè è sacra la dignità dell'uomo che vale più di tutto il resto anche del principio della sacralità della vita.”

Mi sembra molto interessante e importante questo. Quindi bisogna guardare alla dignità dell'uomo: è sacra la persona, non è sacra in astratto la vita della persona. Può sembrare una sottigliezza ma in realtà penso che ci sia una bella differenza. Perché quando tu vuoi salvare il principio della sacralità della vita, cerchi a tutti i costi, con tutti i mezzi, di tenere in vita (pensiamo a persone che sono intubate a vita, ecc..). Certo sono vive: hanno un battito cardiaco ma è vita? E’ dignità della persona?

Un'altra bella frase di Maggi è: “la felicità non dipende dalle circostanze della vita” cioè non è che siamo felici solo se raggiungiamo quell’obiettivo, o se quel lavoro… o se quel figlio…

No, la felicità non dipende dalle circostanze della vita, dipende da come noi affrontiamo le circostanze della vita che cambiano e che ci domandano in qualche modo trasformazione e adeguamento.

 di Luca Buccheri

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