Riflessioni pasquali sfuse...

•    Pasqua vuol dire “passaggio” (pesach), è una festa “non per residenti” (Erri De Luca), ma per chi è abituato alle partenze, a muoversi, a lasciare le vecchie istallazioni per andare incontro al nuovo.

•    Pasqua vuol dire che i passaggi della vita non sono degli accidenti, ma delle trasformazioni. Anche se a volte sono passaggi faticosi, dolorosi, servono alla vita, sono necessari all'evoluzione della vita. Pasqua vuol dire che tutto si può trasformare, tutto è dinamico, in movimento. Pasqua è fiducia nella forza, nel “possiamo” della Vita, che non vuol dire non tenere conto dei nostri limiti, delle nostre fragilità, ma accogliendo i nostri limiti e le nostre fragilità come punti d’oro, come punti di luce - però senza rassegnarci allo stare fermi, al rimanere chiusi, all’immobilismo -, sapere che tutto può procedere verso una vitale evoluzione e che questa vitale evoluzione concorre all’evoluzione del cosmo intero. Ogni cosa che noi realizziamo creativamente infatti diventa benedizione per tutti: “barà” che è il verbo ebraico della creazione è imparentato con “berakà” che è la benedizione. allora ogni cosa che noi creiamo diventa benedizione, è benedetta. La vita stessa è benedizione perché è frutto di questa creazione e ogni volta che noi attingiamo al nostro essere a immagine e somiglianza di D-o e creiamo noi non facciamo altro che benedire la Vita. Neanche la morte ha l'ultima parola. C'è qualcosa che la supera: l'amore.

•    Ci vuole solo un po' di tempo. Bisogna aspettare “il terzo giorno”: tre giorni, non subito, perchè le cose migliori hanno bisogno di tempo di preparazione, di silenzio per nascere, per venire fuori... Il bambino ha bisogno di 9 mesi di gestazione e poi – non senza sforzo - viene alla luce; l'impresa sportiva ha bisogno di anni di allenamento, di disciplina, di preparazione atletica; il seme sotto terra ha bisogno di un lungo inverno per mettere un germoglio e bucare il terreno. “Tre giorni”, un tempo di attesa, di maturazione. Niente può risorgere, essere trasformata, evolvere se hai fretta, se non gli dai tempo, se non impari ad attendere, se non hai la pazienza di chi lascia che le cose maturino.

•    Giovanni che ha gli occhi dell’amore, entra dentro e vede qualcosa che Pietro non ha visto. Pietro ha constatato l’assenza, ha constatato i lenzuoli messi in un certo modo, ma Giovanni “entrò, vide e credette”.  Quel vedere profondo, quel vedere col cuore in profondità, con l’intuito dell’amore gli permette di vedere oltre e cosa vede? Vede e comprende che Gesù è risorto.

•    Possiamo dire che la scuola della resurrezione ci insegna anche che la realtà non è solo quella che noi possiamo fotografare oggettivamente, non è solo quella che noi possiamo registrare con i nostri sensi o con le nostre macchine fotografiche, ma è qualcosa che va oltre. La realtà è anche un vedere profondo oltre i sensi, è un vedere con il cuore, è un vedere con quell’intuito d’amore, con quella creatività. La realtà non è solo il “cemento”: in inglese cemento si dice “concrete” ma la concretezza non è data solo dal cemento ma è reale anche ciò che non può essere toccato, misurato, annusato, ma è reale. Ed è quindi la scuola della resurrezione che ci invita a guardare e a vedere, a fare quindi un’esperienza della realtà, più profonda di quella a cui noi e la nostra società, in genere, ci vuole abituare e cioè un entrare con altri occhi nel mondo reale. Vedere le cose con questo sguardo profondo ci fa entrare ancora di più nella realtà, non ci estranea dalla realtà vera, perché ci fa andare oltre quella che è la sola apparenza. E dobbiamo forse recuperare questo sguardo innamorato sulla realtà e sulla vita. Perché questo infondo è il messaggio della resurrezione: recuperare questo sguardo sulla vita che ci fa andare Oltre, che non si rassegna a ciò che può vedere solo con gli occhi, o sentire solo con i sensi. E in questo senso “credere”, quel credere vuol dire “fidarsi” e fidarsi di quell’oltre e quindi, e torniamo al discorso iniziale, fidarsi che quel sepolcro non l’ha avuta vinta, che quella pietra è stata ribaltata e oramai l’aria nuova della resurrezione è entrata dentro.

•    E un ultimo piccolo particolare che mi piace sottolineare che Giovanni al versetto 2 non viene più definito come “il discepolo che Gesù amava” ma “il discepolo che gli era amico”, si usa un altro verbo, il verbo filèo non il verbo agapào, il verbo dell’amicizia. Come a dire che, chi è l’amico? Qual è la vera amicizia? La vera amicizia è quella che condivide la vita fino in fondo anche nella sventura, anche sotto la croce, anche a correre e entrare dentro il sepolcro vuoto dell’amico. Questa è l’amicizia vera, quella che non abbandona l’amico nel momento del bisogno. E anche questo penso che sia un messaggio molto bello, di risurrezione.

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