Lasciare spazio

C'è una storia ebraica che mi affascina molto. È la teoria del “ritirarsi di Dio” nel 7° giorno della creazione (tzimtzùm): la Genesi ci racconta che per sei giorni Dio crea tutto l'Universo, ma il settimo giorno, il sabato, decide di “ritirarsi” (non di riposare), cioè di lasciare spazio alle sue creature. È come se Dio capisse che occupando tutto lo spazio con la sua presenza non permetterebbe alle realtà create di vivere, di respirare, di crescere secondo le proprie leggi. Allora si ritira contraendosi, lasciando però una scintilla divina in ogni creatura, quella scintilla che ognuno di noi ha dentro e di cui deve divenire consapevole.
L'amore è lasciare posto all'altro, non occupare tutto lo spazio disponibile,  lasciare libertà e tempi di autonomia, perchè l'altro possa crescere. In questo spazio di libertà l'essere umano ha la responsabilità di compiere un passaggio di maturazione, di consapevolezza, da una umanità incompiuta alla pienezza dell'umano, dall'uomo del 6° giorno all'uomo del 7° giorno.

Ma cosa impedisce, una volta creato il mondo, che Dio non rioccupi nuovamente tutto lo spazio, facendo cessare la creazione? Questa forza di resistenza che impedisce alla creazione di essere riassorbita nel Tutto di Dio è una forza che deriverebbe dal vuoto stesso, come se nel cosmo ci fosse una voce che gridasse: «Basta! Non tornare indietro!». Questa parola è shaddai, che è uno dei nomi di Dio. L’universo resta in vita perché c’è questa forza di resistenza che impedisce all’Infinito di riempire il vuoto.

Perchè ci sia vita c'è bisogno di dire “basta!”, di mantenere degli spazi vuoti. Noi spesso vogliamo riempire tutto e tutti, pensiamo in termini quantitativi e allora cerchiamo di riempire di cose la propria vita e quella dell'altro. Abbiamo paura del vuoto, della sensazione di precarietà e incertezza che l'accompagna. In realtà c'è una grande delicatezza nel resistere a voler essere sempre presenti, a occupare tutti gli spazi vuoti; è segno di amore a volte nascondersi, sottrarsi per lasciare spazi di ricerca, novità, accoglienza, fantasia. L'amore è sotto il segno del meno, della sottrazione, dell'assenza, della creatività, non sotto il segno del più, dell'accumulo, della presenza invadente, della mediocrità dozzinale.  

C'è un atto di ritiro necessario anche da parte dell'uomo, come una “contrazione”, un partorire vita per darle autonomia rispetto a sè. Come accade con un figlio, che necessita di un sano e graduale distacco perchè possa trovare la sua strada. Non dobbiamo avere paura del vuoto, del silenzio, del segno meno. Lo shopping compulsivo, la tendenza a riempirci di cose e di regali, l'incapacità di creare e goderci spazi vuoti, di togliere anziché accumulare, sono i segnali inquietanti di un disagio esistenziale che ci attraversa e da cui usciremo solo accettando la logica del lasciare spazio e riscoprendo la sobrietà, la gratuità e la delicata discrezione del “ritirarsi”.