In tempo di crisi... Ciò che basta alla vita

In questo tempo di crisi, non solo economica, che stiamo attraversando mi viene in mente un personaggio della Bibbia vissuto in un tempo particolarmente critico e difficile: il profeta Elia. Siamo nell'IX secolo a.C. Nel regno di Israele c'è tanta corruzione, il benessere annebbia le menti e indurisce i cuori, mentre i sacerdoti sono al servizio di governanti corrotti e spregiudicati. Elia si mette a combattere questi potenti e ne riceve una condanna a morte che lo mette in fuga. Dio manda la siccità nel paese, segno dell'aridità dei cuori e della scelta idolatrica di rifugiarsi in sicurezze che induriscono il cuore. La vita per il profeta continuerà, anche se raminga e nascosta, al torrente Cherit (dove potrà bere malgrado la siccità) e attraverso i corvi, che ogni giorno a mattino e a sera gli porteranno qualcosa da mangiare. I corvi sono animali considerati impuri in Israele (cf. Lv 11,15) e questo sottolinea il paradosso: la vita viene da dove meno te l’aspetti, da ciò che è impuro e apparentemente nemico, come sperimenterà poco più avanti a contatto con una povera vedova straniera (cf. 1Re 17).

Proprio a questa donna, che sta morendo con il figlio, il profeta domanderà acqua e pane. Sembra una richiesta egoistica, ma in realtà è uno stimolo a continuare a sperare nell'insperabile. Anche se le è rimasto solo un pugno di farina e un goccio d’olio, per compiere dignitosamente l’ultimo pasto, la vedova accetta di condividere quel poco con il profeta. Perché in quel mendicare vita di Elia, c’è dietro la domanda discreta di Dio che non costringe, ma aiuta ad aprirsi a nuove logiche, ad una fiducia che scavalca le apparenze di morte e spinge alla vita.
Il miracolo che avviene è un miracolo misurato, perché l’olio e la farina che non si esauriscono sono in quantità limitate, appena sufficienti a garantire la vita oggi, ma non quella futura. Questo miracolo “goccia a goccia” è per continuare a fidarsi, giorno per giorno, senza quelle sicurezze che spengono l’attesa, l’apertura al nuovo, la voglia di camminare e di lasciarsi provocare dalla vita. Perché il vero miracolo è proprio questa fiducia capace di spingere avanti quel poco di vita che rimane.
In tempo di crisi non puoi cercare grandi cose, soluzioni definitive, svolte miracolose, ma solo piccoli segni che ti aiutano a continuare a vivere, miracoli misurati e temporanei che spingono avanti l'esistenza, senza toglierle la precarietà. In tempo di crisi la gente è più nuda, è più fragile, è più debole, ma c'è sempre un “corvo” o una “vedova” pronti a saziare il tuo quotidiano bisogno di sentirti amato, quel tanto che basta al cammino di un giorno.

Poco più avanti Elia, ancora in fuga, sarà talmente stanco da cercare di farla finita (1Re 19,1-8). Egli si “addormenta sotto un ginepro”, ma si potrebbe dire che in realtà si sta abbandonando alla morte invocata. Anche lì, ad attenderlo nel cuore della sua disperazione, quando sembra che tutto sia fallito e che la vita non abbia più senso, c'è un angelo che lo “tocca” e lo invita a rialzarsi e a mangiare: una focaccia è stata cotta, segno che qualcuno si è preso cura di lui. Sono i gesti poveri della tenerezza di Dio, una carezza e una focaccia, che risvegliano la voglia di vivere. Quel poco che a noi sembrerebbe un castigo.

Diceva Paul Ricoeur: “La speranza viene a noi vestita di stracci perché le confezioniamo un abito di gioia”. Ecco come si presenta a volte la speranza nella vita: con scampoli, residui minimali, poverissimi segni, stracci del vestito bello, ma sufficienti a farci procedere con le nostre gambe, fino all’Oreb dell’incontro con la pienezza. Dalla storia di Elia capiamo che in tempo di crisi all’uomo per vivere ed essere felice basta poco: piccoli e misurati segni, i “corvi” e le “vedove straniere”, gli angeli camuffati di stracci e le focacce cotte che ti ricordano che sei amato e che c'è un posto per te nel libro della Vita.

Spesso domandiamo segni straordinari ad un Dio illusorio e non ci accorgiamo dei segni poveri del Dio reale” (Ermes Ronchi)

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