Nascere di nuovo

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Martina ha otto anni. Martina non esiste.
Martina è stata inventata, ma la sua vita è vera, riassume quella di tanti bambini.
La sua fortuna è di esistere solo sulla celluloide, e in una storia che le permette di salvarsi.
Martina è la protagonista de “L’uomo che verrà”, il film che racconta la strage di Marzabotto, nel settembre del 1944.  Questa prima pagina è scritta da lei, è la scena finale del film.
Al cuore della storia c’è la vita semplice di una famiglia contadina, c’è la terra, lievito e fatica. E c’è la guerra, il mostro, che si insinua.
Immedesimarci in questo mondo è il dono del cinema e, in questo caso, il compito di Martina.
Martina non parla, un trauma infantile le ha rubato la voce. Ed è con i suoi occhi che vediamo tutto, sono i suoi occhi che ci conducono verso quella deriva di dolore insopportabile.

Ed eccola l’ultima scena. Tutto è avvenuto. Quasi duemila persone sono morte, un’intera comunità è stata sterminata. A Martina è rimasto solo un fratellino nato nel fragore del dramma, “l’uomo che verrà” che lei ha saputo salvare.
Una bambina sola al mondo, senza voce, con un fagottino di vita in braccio.
Nascere di nuovo. Come si fa? Guardiamola. Martina torna a casa. Sale senza fretta le scale, si affaccia nelle camere, scruta i letti disfatti, assorbe il calore delle impronte di chi non c’è più. Poi esce, distende i suoi occhi sulla sua campagna inondata di silenzio. Guarda tutto lentamente, non per appurare ciò che già sa, ma per conservarlo.
Primo messaggio: per nascere di nuovo non si deve fuggire da se stessi. Martina ha milioni di motivi per separarsi da quel passato che getta sul presente ombre prepotenti, per allontanarsi da quelle assenze fresche della vita che c’era. Ma sta lì.
Bisogna accettare: ecco cosa dice il suo sguardo che indugia lento sui luoghi amati. Il nuovo sorge sempre su ciò che siamo stati, anche se di quel passato restano solo macerie.

Il piccolo ora piange, chiede calore. Martina lo stringe a sè. È solo una bambina, ma se ne prenderà cura. Quel bimbo è la nostra vita. Tutte le volte che ricomincia deve essere accudita senza condizioni. Un neonato non può sopravvivere se non ci dedichiamo a lui concretamente: così quando sentiamo nel profondo l’esigenza di un cambiamento dobbiamo muoverci senza esitazioni. Non è una questione di coraggio, ma di necessità.

Ma attenzione a quello che accade ora: con naturalezza Martina intona una ninna nanna.
La voce è tornata? No, la sua voce non se n’era mai andata. Era lì, in attesa.
Torna ora perché ora è indispensabile, perché solo un canto può placare un pianto di bimbo. Ancora un messaggio: quando abbiamo accettato il passato, quando ci siamo mossi con gesti reali verso il futuro che ci attende, non possiamo che ritrovare la nostra voce interiore.  
La vita partorisce di continuo, ci dice Martina, partorisce sempre, anche in fondo alla più cupa delle tragedie. Bisogna seguirne il ritmo, accompagnarla in questa gestazione continua; è così che possiamo scoprire, passo dopo passo, la nostra identità.
Scrive David Turoldo: “Lo spirito è il vento che non lascia dormire la polvere”.
Un vento. Ecco cosa porta i germi del nuovo. Ecco con cosa possiamo soffiar via la polvere  dei nostri immobilismi, delle nostre incertezze. Un vento, che soffia non fuori, ma dentro. Che ci invita ad aver voglia dell’oltre, a cercare sempre il prossimo passo.
È a quel vento che Martina si affida, è su quel vento che appoggia lo spartito invisibile di una ninna nanna. È la fine del film. È il nuovo inizio della sua vita.

Massimo Orlandi

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