Una fede nuda

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La fede autentica non si trova nelle formule teologiche. La fede è l’invincibile fiducia nel Padre”. Leggo queste parole di Sorella Maria di Campello negli occhi della donna che ho davanti. Si chiama Manuela. È lei che mi scrive sul cuore questo articolo. Ora il duro è tirarlo fuori a colpi di parole.

Siamo in un teatro fiorentino, dove Manuela Bondielli è stata chiamata a raccontarsi e io a intervistarla. La sua storia comincia con un desiderio di esser mamma, maturo per lei ma non nei piani di Dio. A squarciare 22 anni di attesa ci pensa Elsa, un profumo di miracolo. La felicità cerca aria per urlarsi, ma non ne trova: la piccola neonata perde il respiro, occorre rianimarla di continuo. Dopo una settimana i medici stilano il più nero dei bollettini: “Non passerà la notte”. Ma quello che per tutti noi sarebbe l’abisso della disperazione, è per Manuela il momento della fede: “Sono uscita dalla stanza dei medici e sono andata a tirarmi il latte. Volevo che Elsa ne avesse, per il giorno dopo”. L’alba arriva, la accoglie un respiro di bimba: si chiama via del cuore quella che passa attraverso strettoie impraticabili per la ragione: “Ne ero certa – dice Manuela – Dio non poteva avermela mandata dopo così tanto tempo per riprendersela subito”. 

La malattia di Elsa è tanto incomprensibile da non avere neppure un nome, eppure la mamma, licenza di terza media, ne cerca ogni possibile traccia nei libri di medicina che divora all’università. Intanto ricorre alla fisioterapia più avanzata perché la figlia possa compiere piccoli, immensi passi. È una scalata quotidiana di montagne. Ma mai nelle corde di Manuela vibrano note di amarezza o di scoramento. Ed è qui lo scarto della fede. Perché per Manuela tutto questo tessuto di fatica è appena lo sfondo. Al centro c’è solo la gioia: “Sono una persona fortunata, da dodici anni ringrazio Dio ogni giorno per la felicità che mi ha regalato. Elsa è un dono di Dio, così l’ho accolta sempre, figuriamoci oggi che cammina, figuriamoci domani quando, ne sono certa, potrà parlare”.  

Manuela ha accettato il silenzio di Dio quando Elsa non arrivava, lo ha ringraziato quando la pancia si è ingrossata, non ha perso la speranza in Lui quando la vita della figlia era sospesa sul più sottile dei fili. Ma il movimento più bello la sua fede lo fa quando si apre a ventaglio: “Le cure che servivano a Elsa erano molto costose. Per noi è stata tanto dura. Non volevo che quello che avevo provato io lo vivessero altre famiglie”. Manuela e il marito hanno così fondato un’associazione che oggi assiste gratuitamente oltre 250 bambini disabili.

Non so dove una donna, con una figlia che ha bisogno costante di aiuto, trovi la forza per farsi faro di altre storie. O meglio, una spiegazione c’è, ma rientra in un terreno diverso da quello nel quale spesso ci muoviamo. Questa volta è Etty Hillesum a aiutarmi con le parole: “La maggior parte delle persone ha nella propria testa idee stereotipate su questa vita. Dobbiamo nel nostro intimo liberarci di tutto, di ogni parola d’ordine, di ogni sicurezza; dobbiamo avere il coraggio di abbandonare tutto, dobbiamo osare il gran salto nel cosmo, e allora sì che la vita diventa infinitamente ricca e abbondante anche nei suoi profondi dolori”.

È notte quando saluto Manuela. Fuori mi accoglie un tappeto di stelle e questa notte sono sicuro che è proprio la fede che le accende per farci sentire che non è mai buio del tutto.
Seguo le scie luminose che trapuntano il cielo. E che, stasera, mi fanno sentire a casa.

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