Da dove ripartire?


La volontà
di ricominciare sempre
costituisce
il valore religioso
della nostra piccola vita.

Ernst Weichert

Ricominciare, ripartire, rinascere. Mi piace il sapore fresco di queste espressioni.
Ma per non farle alloggiare nel vuoto dobbiamo affidarle a un filo di inizio. E allora: da dove si riparte? Da cosa si ricomincia? Giovanni Vannucci ci dice che la prima cosa da fare è renderci terra fertile, cioè essere disponibili a farci penetrare da quei germi di novità che sono sempre presenti nella vita.
I germi di novità che sento nell’aria e da cui vorrei ricominciare sono costituiti da gesti di bellezza e di tenerezza, sono intessuti di un amore speciale, quello di cui è fatto il perdono, e non appartengono a occasioni speciali, ma vivono della fedeltà al quotidiano.

La bellezza e la tenerezza
Papa Giovanni, in tempi di crisi della chiesa e del mondo, una sera dirà in una piazza gremita: “Guardate come è bella la luna stasera, tornate a casa e date una carezza ai vostri bambini”. Non c’è niente come quel discorso che sappia tenere insieme la bellezza e la tenerezza.
La tenerezza è come una carezza che tocca senza prendere, che avvicina senza dominare.  
La bellezza è una forza viva, che sa congiungere gli estremi, come il sole del mattino e la falce della luna nella notte, che mescola in giuste proporzioni il finito e l’infinito.
La bellezza e la tenerezza si abbracciano nei rari momenti di vita intensa, come quando si nasce, quando siamo innamorati o quando si muore, cioè ogni volta che siamo unificati, quando i nostri occhi sono impastati di lacrime e di luce.
Per nascere di nuovo dobbiamo credere che l’ultima parola non appartiene all’interesse, al profitto, alla dura lotta quotidiana, ma a tutti quei gesti di tenerezza e di bellezza passati inosservati e che invece sanno tenere insieme il filo della vita. E il suo senso.

Il perdono
Ha un grande valore il perdono, se non si perdona la vita si blocca, non riesce più a scorrere. Ed è impossibile ricominciare davvero.
Ma come si può arrivare a perdonare?
Perdonare è innanzitutto capire. Capire non vuol dire giustificare, il male è male, capire è la misericordia che nasce da un cuore che conosce le proprie miserie, i propri dolori, i propri errori e che quindi riesce ad accogliere anche l’altro nella sua debolezza.
Perdonare è anche non voler diventare come ciò che odiamo. Il perdono libera il cuore quando va oltre le ferite, quando non cerca la sconfitta dell’avversario, ma ha rispetto di quello che l’altro potrebbe essere e non riesce ad essere.
Infine perdonare è riuscire a ringraziare chi ti ha ferito. È la cosa più difficile, ma la più liberante: nel suo testamento Bernardette di Lourdes dirà grazie a tutti coloro che l’hanno ferita perché quelle contrarietà l’hanno resa un’altra persona. Ciò che abbiamo di più bello sono tutti quei punti della nostra vita che in origine possono aver fatto molto male, ma coi quali abbiamo imparato a vivere e che si sono trasformati in sorgenti di comprensione e di bene.

La fedeltà al quotidiano
Come la manna che non poteva essere accumulata, anche noi dobbiamo rinnovare ogni giorno ciò che ci serve per vivere, cioè pane e amore.
Ogni giorno dobbiamo vivere sapendo che in esso non vi è nulla di troppo, nulla di indifferente e di inutile, che dentro la vita c’è la sorgente che alimenta la sua creazione.
Ogni giorno deve essere affrontato come un inizio, dove nulla è ancora deciso, dove ogni rischio è ancora aperto, dove ogni avventura è ancora indefinita.

Bellezza e tenerezza, perdono, fedeltà al quotidiano. Sono queste le radici del nostro rinnovarci e nel rinnovarci dell’essere sempre più vicini a se stessi. Sono questi gli ingredienti di un’armonia interiore sempre rigenerata e rigenerante. L’armonia, infatti, non è questione di dosaggi, ma è la conquista di uno spazio umano di libertà e creatività nel quale nulla è scontato, nulla già visto e in cui tutto è proiettato in avanti, verso il futuro che ci attende.“Quello che so per domani – ha scritto Henry Dominque Lacordaire – è che la provvidenza sorgerà prima del sole”.

Luigi Verdi

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