Ricominciate dalla libertà

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Un estratto dai colloqui che il nostro don Luigi tiene spesso con i giovani, analizzando con loro ciò che frena le loro vite. E ciò che può farle riaprire.

Quando mi rivolgo ai giovani, più che partire dai grandi temi come l'amore, la giustizia, la fedeltà, io cerco di confrontarmi con loro su ciò che siamo, su come stiamo vivendo e su ciò che, secondo me, in questo tempo ingabbia  l'esistenza dei nostri ragazzi.

Oggi viviamo in un tempo in cui siamo tutti più soli e muti nel dolore: se domando a un ragazzo "Di cosa hai paura?" scavando in fondo scopro che la paura più grande è sempre quella della solitudine. La solitudine, il peggiore di tutti i mali.  Adamo è in paradiso eppure è incomprensibilmente triste: gli manca Eva, il suo faccia a faccia. E muti nel dolore significa che troppi giovani non riescono più a esprimerlo questo dolore, che viene nascosto e pigiato dentro, fino a scoppiare. Questo è un male tipico del nostro tempo, della nostra società: quando non esistevano i televisori, i computer o i telefonini, c'era un focolare, una tavola intorno alla quale ci si guardava negli occhi. Oggi, invece, nelle nostre case giochiamo a nascondino, nessuno sa niente dell'altro ed è difficile capire quale e quanto dolore sta vivendo l'altro, cosa si nasconde dentro nel suo cuore. Siamo tutti più soli e muti nel dolore.

Ma questo è un tempo che ha ucciso anche la responsabilità: non abbiamo il coraggio di assumerci le nostre responsabilità, la colpa è sempre di qualcun altro, o di qualcos'altro. Mi domando, come si matura senza assumersi le proprie responsabilità? Per essere responsabile devo essere consapevole  e questo significa che la vita la tocco, la sento, l'avverto scorrere nelle mie vene. Oggi invece è tutto virtuale, cioè il virtuale è preponderante rispetto alla vera vita e pretendiamo tutto subito, immediatamente, senza concederci il tempo di capire e di assimilare.

I nostri ritmi sono folli: noi non siamo fatti per vivere questi ritmi frenetici, non siamo strutturati per questo, non si può vivere con una folla di messaggini, voci continue nelle orecchie e troppe cose da fare simultaneamente: questi ritmi esasperati separano la mente dal corpo e dall'anima e lo sperimentiamo ogni giorno quanto ci sentiamo scissi, dissociati, a pezzi. Alla sera, quando si rientra nelle nostre case, dove siamo? e come facciamo a capire quel che l'altro sta attraversando? Baudelaire diceva "il ritmo di una città è più veloce del ritmo del cuore dell'uomo": se il ritmo che vivi è più veloce del tuo cuore ci si ammala,  non si riesce ad andare avanti. E soprattutto questi ritmi forsennati uccidono la percezione: come si riesce a vedere davvero, a sentire, ad accorgersi di quel che l'altro sta vivendo se non si sente più nulla? I ragazzi oggi sono come rimbambiti perché tante cose distraggono e distolgono l'attenzione: non si può essere presenti a sé stessi se la nostra attenzione viene continuamente deviata.  La società, la nostra società, quella che noi stiamo consegnando ai giovani, non fa altro che suscitare bisogni e desideri, ma non si può vivere solo di bisogni, è necessario che un sogno, almeno un sogno diventi vita e per diventare vita lo devo toccare questo sogno e devo sudare. Abbiamo dei sogni scollegati con la vita e come farli abbracciare insieme se non abbassiamo un po' il sogno e innalziamo un po' la vita? Certo questo implica sforzo, questo chiede di graffiarsi le mani e rompersi la schiena, ma senza sforzo i sogni non si realizzano. Il problema vero è che la nostra volontà è debole: al paralitico che gli chiede di guarire, Gesù domanda:" Vuoi guarire?" Cioè lo vuoi davvero, veramente, con tutto te stesso?

Genitori, insegnanti,  adulti, tutti tendono a confezionare risposte,  a dare ricette pronte per la vita: dovremmo invece suscitare nel cuore dei giovani le domande e  abitare i loro interrogativi, i loro tormenti. Pensiamo di risolvere tutto con l'amore, ma l'amore in qualche caso non basta; se sommergiamo di amore un figlio, se gli appianiamo ogni difficoltà, se gli procuriamo scorciatoie per facilitargli la strada, così facendo non lo aiutiamo, lo facciamo solo accomodare nella vita, gli facciamo credere che la vita va avanti senza sforzi, senza dolore e lo priviamo della gioia della conquista. Sarebbe bello nelle nostre case sentirci davvero a casa: sentirci cioè in un luogo in cui se qualcuno mi guarda mi guarda davvero, in cui c'è qualcuno che mi ascolta davvero, un luogo in cui se faccio una stupidaggine trovo qualcuno che mi perdona davvero.

È tempo di ricominciare e si ricomincia sempre da dove ci siamo arrestati e fermati, da dove siamo rimasti incagliati. Bisogna ricominciare proprio dalla libertà perché, per quanto noi ci crediamo  liberi, siamo invece la generazione più schiava della storia: prima almeno le catene si vedevano, erano concrete, ora siamo legati da catene invisibili e dipendiamo da mille cose nascoste. Nell'antico testamento se Dio si arrabbia sempre tanto con gli idoli è perché  l'idolo è colui che ti compra. Dio ci vuole liberi. Solo Gesù non si è fatto comprare nessuno, né dai soldi, né dal potere, né dall'ambizione e neanche dalle emozioni. Ma i giovani come fanno a seguire noi adulti? Noi che ci siamo fatti comprare da soldi, potere, ambizioni, emozioni? I giovani sono ora come in un limbo, non vogliono vivere come noi, perché avvertono che la nostra vita è falsa e avvelenata,  ma non hanno la forza di trovare un altro modo di vivere e sono lì fermi ad aspettare che qualcosa succeda, che qualcuno si ribelli. Mi piacerebbe vedere i loro occhi liberi dalle paure, pieni della luce che brilla quando si è innamorati, quando si prova stupore e batticuore per qualcosa. Quando si osa sfidare, in nome del brivido che dà una passione, le convenzioni, le forme ristrette e soffocanti dei luoghi comuni, le false sicurezze imposte dal consumismo.

Bisogna ricominciare dalla forza della debolezza: tutti noi, ma soprattutto i giovani hanno paura dei propri punti deboli e li nascondono e più si nascondono più si diventa deboli e vulnerabili. Invece la pietra scartata è diventata quella d'angolo e questo vuol dire che i nostri punti deboli sono in realtà  i nostri punti di forza; certo ci vuole fatica per trasformarli e ci vuole coraggio e soprattutto ci vuole una passione forte e vera, un sogno. Un sogno sognato ad occhi bene aperti, desiderato con la calma e la pazienza di chi sa resistere alle voci delle mille sirene che cantano; un sogno  costruito con la tenacia e la gioia di chi sa impastare rischi e pericoli  all'istinto e all'impeto del cuore. Un sogno anche piccolo, ma duraturo e vivo.
Ai giovani, a chi sta iniziando la sua vita con brividi di paura e slanci di entusiasmi, auguro il coraggio della creatività, della fantasia, del gioco, auguro l'audacia della passione e la tenerezza dell'amore.  

È precario il mio cuore e il mio carattere,
sono come le mie scarpe allacciate di corsa
o come i miei capelli dove dimorano i venti.
Scrivo e riscrivo il mio nome su un foglio
per lasciare una traccia e nel nome il mio segreto.
Cammino per la strada, con in spalla
il mio sacco di speranze.
Vi prego,
non mi distruggete il domani
che è un orizzonte di attese.