Il vangelo della domenica

Domenica 13 settembre

«Il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi… Gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti… Il padrone ebbe compassione di quel servo e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava… Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”». Mt 18, 21-35

Il perdono di Dio è il motivo del perdono fraterno. Dobbiamo perdonare agli altri perché sarebbe inconcepibile tenere per noi un dono immenso gratuitamente ricevuto. Dobbiamo perdonare senza misura, perché Dio ci ha già fatto oggetto di un perdono senza misura: è dalla consapevolezza della gratuità del dono di Dio che nasce il perdono.

La parabola del vangelo è viva e il contrasto fra i due quadri è forte. Ci si aspetterebbe che il servo ritenesse normale perdonare a sua volta un piccolissimo debito. Ma così non è, non ha capito nulla, il perdono non lo ha rigenerato. C’è gente che crede che il perdono gli sia dovuto e non comprende che accettare di essere perdonati significa entrare in un circolo nuovo di rapporti, nel quale i criteri dello stretto dovuto diventano di colpo inadeguati. Il perdono fraterno è la conseguenza del perdono di Dio. Il servo è condannato perché tiene il perdono per sé e non permette che il perdono ricevuto diventi gioia e perdono anche per il fratello.

Bruno Maggioni