Il vangelo della domenica

Domenica 24 maggio

Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Mt 28, 16-20

L’ascensione segna al contempo la fine di una relazione nella visibilità e l’inizio di una vicinanza in altro modo, nell’attesa del giorno noto a Dio di un nuovo tu a tu facciale, dissolta la nube della separazione. Distanza non vuol dire assenza, e lontananza dagli occhi non significa lontananza dal cuore; ne è testimonianza la millenaria carovana dei suoi amici nel tempo, per i quali l’asceso in “alto” è, sia pure in termini inenarrabili e inimmaginabili, il disceso nel loro “profondo” per farli ascendere a un esistere qualitativamente alto.

L’asceso al Padre continua però a farsi carico della sorte dell’uomo. Ma come? Attraverso la cerchia dei suoi amici: «Andate». Una compagnia davvero singolare quella descritta da Matteo, un undici in cui ciascuna comunità può leggere se stessa come l’insieme degli inviati. Un insieme di zoppicanti sin dal principio: manca il dodicesimo, l’istituzione chiesa è costitutivamente traballante; un insieme di adoranti e increduli allo stesso tempo.

Giancarlo Bruni