Il vangelo della domenica

Domenica 3 maggio

«Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce»… Gesù disse loro di nuovo: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo». Gv 10, 1-10

Il racconto del vangelo si muove su uno sfondo familiare alla vita palestinese: a sera i pastori conducono il gregge in un recinto per la notte (un solo recinto serve per diversi greggi); al mattino ciascun pastore grida il suo richiamo e le sue pecore, che riconoscono la voce del proprio pastore, lo seguono. Gesù sottolinea anzitutto che egli è il vero pastore perché, a differenza del mercenario, non viene a rubare le pecore, ma a donare la vita. La caratteristica del vero pastore è dunque il dono di sé.

Gesù inoltre afferma: «Io sono la porta», per la quale si deve passare per essere legittimi pastori: nessuno può avere autorità sulla chiesa se non legittimato da Gesù. Inoltre nessuno è discepolo se non passa attraverso Gesù. C’è inoltre il tema della sequela, frutto di una chiamata: «egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome», implica un’appartenenza ed esige un ascolto. Chiamata, appartenenza e ascolto costituiscono i tratti della comunità, che cammina insieme con Gesù

Bruno Maggioni