Il vangelo della domenica

Domenica 4 ottobre

«C’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio… Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono… Da ultimo mandò loro il proprio figlio… Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità”. Lo presero, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero». Mt 21, 33-43

La parabola di Gesù ci fa capire che la malvagità degli uomini è molto grande: i contadini maltrattano e uccidono i servi inviati dal padrone, e uccidono persino il figlio, l’erede, rifiutando in tal modo l’ultimo appello. E infatti il rifiuto di Gesù non è un peccato qualsiasi, ma il peccato di chi si erge a padrone e, anziché stare in ascolto del Signore, pretende di farsi arbitro e giudice stesso della parola di Dio.

Dio è fedele al suo popolo, alla sua comunità, ma non al punto che il suo disegno di salvezza venga interrotto e che le sue esigenze di verità e giustizia vengano messe da parte. Se i cristiani rifiutano, le sue esigenze di giustizia troveranno altrove il modo di esprimersi. La parabola evangelica si apre anche alla speranza: «darà in affitto la vigna ad altri contadini» e il regno di Dio «sarà dato a un popolo che ne produca frutti». Nulla, dunque, riesce a scoraggiare l’amore di Dio, nulla può fargli cambiare idea, neppure i ripetuti tradimenti del suo popolo.

Bruno Maggioni