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  • Le poche cose che contano

    Romena è stata protagonista della trasmissione su Tv2000 “Le poche cose che contano”: tre serate-evento registrate alla pieve condotte dal nostro don Luigi e Simone Cristicchi.

    Cosa serve davvero per vivere liberi e liberati? E’ la domanda al centro del programma, costruito intorno alle riflessioni che don Luigi offre ai “pellegrini di senso” che accorrono a Romena. Riflessioni che trovano eco nei brani che Cristicchi e i suoi musicisti propongono al pubblico, tra cui alcuni inediti.

    Ospiti gli attori Francesco Pannofino e Cecilia Dazzi, le cantautrici Amara e Simona Molinari, l’Orchestra Instabile di Arezzo diretta da Valter Sivilotti e la Kataklò Athletic Dance Theatre. Firmano il programma gli stessi Simone Cristicchi e don Luigi Verdi, insieme a Dario Quarta e Elena Di Dio di Tv2000.

    IL LIBRO

    Simone Cristicchi e don Luigi Verdi hanno scelto dieci parole e si sono messi in viaggio. Un viaggio fatto di riflessioni e di poesia, tra i silenzi e la bellezza dell’antica pieve di Romena, che è diventato un libro. Per continuare, insieme a loro, la ricerca di ciò che può rimettere in moto la nostra vita.

    GLI INCONTRI

    Il racconto quotidiano, condotto dal nostro Massimo Orlandi, cerca di scoprire cosa ha ispirato questo progetto, perché si è scelto di realizzarlo a Romena, e di conoscere da vicino i protagonisti e gli ospiti artistici della trasmissione, per sapere come hanno vissuto il contatto con la nostra realtà.

  • I bambini tifano per le lumache

    In questi giorni di pausa mi lascio ogni tanto cullare ma anche scuotere da vari ricordi. Alcuni sono diventati memoria, altri arcaica storia, altri sorrisi ed altri ancora lacrime.

    Leggendo qua e là ho la sensazione di navigare in un mare di “esperti” che però credo, fanno fatica a ricordare quella che è la dedica dell’autore del piccolo Principe: “Tutti i grandi sono stati bambini una volta (ma pochi di essi se lo ricordano).
    Allora mi soffermo proprio ad un gioco che io con uno dei miei fratelli facevo da bambina (un gioco che era la gioia di mia madre e capirete il perché): la gara delle lumache. E si! Nel piccolo giardino di casa andavamo a caccia di lumache, preparavamo una bandierina da incollare sul guscio , le posizionavamo su una linea di partenza e, allungati a terra attendevamo quale delle due lumache, lentissime, riuscisse a tagliare il traguardo che distava più o meno un metro.
    Tutto il pomeriggio trascorreva con un tifo fatto di sguardi, di incoraggiamento, di “vai più veloce”, attratti da questi due “esserini” che, ignari di tutto, lasciavano comunque, la loro “bava” luccicante. Oggi da consacrata, mi rendo sempre più conto che in questo mondo tanti stanno perdendo non solo la gioia di apprezzare una lentezza che porta al traguardo, ma stanno e stiamo perdendo il luccichio che questa lentezza lascia dietro e dentro di noi.
    Quando si va di fretta si alza polvere, quando si cammina piano si lasciano orme che magari possono servire da guida a chi, in un momento di difficoltà, ha perso la strada. Ecco vorrei davvero ricordarmi più spesso che solo i bambini sanno “tifare” per delle lumache, e che solo un cuore bambino sa rendere il passo di un adulto gesto tenero verso chi magari, è distratto da tanta polvere.

    Viva le lumache!

    Sr. Mina

  • L’arte di saper attendere

    Condivido con voi.

    Quando sono arrivata il Albania avevo 28 anni, ora ne ho 45.
    Sono arrivata in un paese che stava iniziando a rimettersi in piedi dopo anni di chiusure e sofferenze. Ho visto crescere Scutari, ho visto asfaltare le strade (alcune), ma soprattutto mi sono ritrovata in un contesto in cui -nel paesino dove avevamo iniziato a vivere- non c’era la possibilità della messa tutti i giorni (ed in alcuni villaggi tutt’ora le persone non possono partecipare alla messa per vari motivi…distanze, mancanza di sacerdoti); non avevamo internet ed il prete se riusciva (perchè si doveva dividere fra molti villaggi) arrivava una domenica su 4.

    Per me, abituata “all’abbondanza liturgica” era una cosa molto strana, e alle volte mi sembrava ingiusta. Con il tempo ho imparato da questo popolo l’arte del saper attendere ciò che è dono.

    Ricordo un anziano che andavo a trovare e che mi raccontava del tempo in cui le chiese erano chiuse per la dittatura comunista, dove venivi ucciso e torturato e della sofferenza che provava.
    Allora gli ho detto: “Ma ora le chiese sono aperte, perchè non vieni?” Mi ha risposto: “Quando vi vedo passare con la macchina, mi metto fuori e guardo quando aprite la porta della chiesa e ringrazio Dio di avermi conservato fino a questo giorno, fino al giorno in cui posso godere di questo dono e questo mi basta. Non vengo non perchè non ne ho bisogno, ma perchè ho imparato a trovare Dio nelle pieghe del cuore….e poi sai, mi fanno tanto male le ginocchia!”.
    Qui poi i c’è una signora che tutti i giorni fa il pane per la sua famiglia e ce ne porta un pezzetto, perchè ci sente figlie e vuole condividere quello che ha. Il pane condiviso è il pane della comunione…
    Anche se sappiamo essere “pesante” questa situazione, credo che tutti dovremmo imparare che le pretese, anche quelle giuste, rischiano di indurire il cuore, dividere e rendere il linguaggio pesante e duro.

    Non ci viene vietato di amare, ci viene chiesto di attendere. A me piace pensarla così e attendo.

    sr. Mina