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  • Lettera agli amici in tempo di fame

    Da quando tempo non ti guardo negli occhi.

    Da quando non stiamo a tavola insieme, su un prato, la riva di un torrente, una spiaggia di sabbia fine.

    Perdonami per tutte le volte che non ti cercato, anche se ti sono stato fedele nel silenzio di un cielo stellato. 
    Perdonami per gli abbracci che non ti ho dato, i sorrisi e le carezze mancate, gli abbracci ed il pane mangiato da solo, le telefonate che non ti ho fatto, le feste di cui mi sono dimenticato. 

    Amico mio sei l’odore dell’erba appena tagliata, sai di vita.  Sei la brezza del mare, la salsedine voluttuosa che mi resta sulla pelle dopo una giornata di mare.  Sei il profumo del mosto pigiato. 

    Di sonno e sogni spartiti insieme non ho nutrito i giorni. Che poveri che siamo stati.

    La vita ha momenti di ferro e giornate d’oro ha scritto Franco Arminio. 

    Ma quando  il ferro arruginisce e l’oro lo tengo sotto chiave  i giorni senza di te sono giornate di legno secco.

    Ho fatto a meno di te pensando di trovare me stesso.  

    Ma quando abbraccio me senza te abbraccio solo un segno, un ombra del mondo.

    Amico mio, carne, occhi, mani ricominciamo daccapo.  Da dove ci siamo perduti.  Da questo tempo di fame di abbracci. 

    È un tempo di fame.
    È un tempo di fame di abbracci.
    C’era un tempo che ne avevamo senza contarli e non ce li siamo fatti bastare. 
    Li abbiamo sciupati, a volte solo posseduti.
    Ed ora che uno solo basterebbe a toglierci la fame ne siamo rimasti senza.
    Ma c’è un tempo che tutto fiorisce di nuovo.
    Dopo l’inverno , dopo il letargo. 
    Tu fatti trovare dove sei sempre stato
    Per vivere di nuovo  un tempo di amore, di amicizia, di  baci e di abbracci.
    Che uno solo non basta più per capire dove il  fiume finisce nel mare, le radici si allungano nella terra, il cielo bacia l’orizzonte.

    Faremo festa, saremo abbracci.

    Nel tempo di fame scopro quant’è prezioso un solo minuto di te.

    Aiutami ad esserti fedele. 

    Pietro R.

  • Il tempo, all’improvviso

    Il tempo, all’improvviso, ha rallentato e si è dilatato.
    Quante volte, ho letto, ci siamo lamentati per la mancanza di tempo, 
    ed ora abbiamo fatto esperienza di quanto è lungo un giorno.

    Tutti costretti a fare cose non previste e non programmate, perché
    a volte ciò che non si fa per scelta si deve fare per costrizione (un altro ti
    condurrà dove non volevi).

    Mi ritrovo “monaco” in casa, ma non da solo. A gestire tempi, spazi e strumenti tecnologici
    con moglie e tre figli (h 24).

    Affiorano pensieri di inquietudine sulla durata di questa emergenza, di timore sulle conseguenze
    che questa crisi può ancora produrre, di preoccupazione per i genitori anziani e lontani e non
    raggiungibili.

    Ma nel cuore alberga anche un grande desiderio! Che il dopo, per chi ci arriverà, possa essere 
    davvero qualitativemente diverso, come per Israele dopo il passaggio del Mar Rosso e dopo la tragedia
    dell’esilio.

    Mi dà fastidio, però, lo slogan “andrà tutto bene” perché, intanto, ad alcuni, troppe persone, è già
    andata male e il prezzo che stiamo pagando è altissimo.

    Eppure da questa lotta, come quella di Giacobbe con Dio al ruscello Iabbok, possiamo uscirne feriti, ma con una benedizione.
    E un nome nuovo.
    Questa la speranza che il cuore sostiene.

    Un abbraccio

    Luigi P.

  • In ascolto…

    In questi giorni non facili sono rimasta accanto alla realtà di Romena grazie ai vostri interventi, restando in connessione con il gruppo qui a Trieste, e soprattutto andando ad attingere alle sensazioni vissute a Romena stessa. Allora mi sono decisa a scrivere qualcosa per tutti voi, e che essa possa arrivare a ciascuno di voi come un sentito e profondo ringraziamento.

    Inoltre, stamattina mi sono soffermata a meditare le parole del vangelo (Mt 26,14 -27,66) …

    “Qualche lacrima scorre mentre scrivo… Mi sono subito domandata, ascoltando i segnali che oggi manda il mio corpo e quindi la mia persona, quale parte mi tradisce oggi? Mi tradisce la parte più vulnerabile, la più fragile, quella che non posso controllare.

    L’ultima cena di Gesù si fa da un tale… nessun nome, non un luogo ma da qualcuno. L’azione traditrice è parte della cena, Gesù benedice tutti. Il pane è spezzato per tutti. Allora mi viene in mente un’immagine… Una collana di perle, anche se si dovesse spezzare lascia il ricordo della collana originaria, ogni perla ne è un testimone con il proprio vissuto.

    Il sonno più profondo sembra raggiunga chiunque prima del risveglio… Non è un arrendersi, ma è un’altra condizione della fragilità umana. Gesù parla ai suoi discepoli, sempre. Non parla con una formula generale. Guarda il suo interlocutore e parla a ciascuno secondo il vissuto che conosce. Alla folla Gesù “dice”, poi davanti ai potenti “tace”. Solo con chi ascolta si può dialogare, le parole vanno accolte, solo così si fanno strada dentro, nel profondo.

    Ecco, per i restanti versetti, proverò a mettermi in ascolto, accogliendo possibilmente anche Giuda, Pietro e chi si addormenta, proprio perché ahimè sento la mia fragilità. Voglia essa fare crescere in me la volontà di condivisione, con tenerezza, gentilezza e amore”.

    Trieste, lunedì 30 marzo 2020

    Sylvie C.

  • Musica

    Quando arrivai a Romena per la mia prima Pasqua lì, circa dieci anni fa, fui accolta da un paesaggio meraviglioso, colori, profumi, cinguettii, e poi…udii un suono uscire dalla Pieve a cui mi stavo avvicinando.

    Riconobbi subito il mio caro strumento: l’arpa.

    Mi sentii più che mai a casa.

    Arrivarono poi gli sguardi, gli abbracci, le canzoni.

    Che dono meraviglioso, la musica: emozioni, ricordi, gioia, forza, vita.

    Anche oggi, in questo mondo addolorato ed impaurito, le persone cantano, suonano, ascoltano, e si sentono meglio.

    Funziona così.

    Lo so bene.

    Grazie Signore, per la musica.

    Eliana

  • Buon viaggio

    Quest’ anno compio 50 anni, e tranne poche parentesi, mi sono sempre sentita ” non abbastanza”. Non abbastanza bella, divertente, intelligente, simpatica, amata….I motivi credo di conoscerli, e di certo mi hanno indurito un po’, ma con il tempo ho imparato a nasconderli e a convivere con questa sensazione.Qualche volta però faccio più fatica. 

    La mia prima volta a Romena, con famiglia al completo al seguito, è stata a Ferragosto di 2 anni fa. E’ stata una scossa, fortissima. Un’ emozione che quasi mi toglieva il respiro e mi faceva scoppiare il cuore.

    Finalmente casa. Niente giudizi, niente da dimostrare. E’ stato un soffio, che è diventato vento e mi ha permesso di navigare un po’ meglio.

    Così quando è possibile ritorno. E così ho, abbiamo, fatto domenica 8 marzo. Avevo ascoltato don Luigi solo pochi giorni avanti, alle Piagge, ma le mie energie stavano andando in riserva e dunque avevo fame di Romena. La Messa però era stata sospesa come in tutto il resto d’Italia; impossibile ascoltare delle Parole dal vivo. Mi sono sentita un po’ smarrita e allora ho cercato di imprimere bene nella mente e nel cuore ogni colore, ogni profumo e ogni suono, per il tempo a venire, che speravo fosse breve. Giorno dopo giorno però, l’ orizzonte si è fatto più piccolo per tutti: niente visite, niente spostamenti, niente lavoro.

    A casa, tutti. Scorrono dappertutto immagini mai viste. Quante storie, quanta vita. Dietro ogni numero un volto, un affetto perduto o ritornato. Quanta umanità e quanto Amore in chi cura, sostiene ed accompagna. E che Benedizione guardarmi intorno e vedere i miei affetti più cari e poter ascoltare le voci che mi accompagnano da sempre! La mia promessa oggi  è quella di provare ad aprire le braccia, a tenere accesa una luce, a dare una carezza in più. A lasciarmi andare a quel soffio, a quel vento.

    Buon viaggio, a Tutti.

    Ilaria

  • Spirito e materia

    Semplicità è privilegio

    Vorrei che tutti imparassero a guardare in alto mentre camminano,ad emozionarsi per un sole che asciuga la rugiada,per un fiore che si dona a l’ultimo insetto della giornata,per il canto del tramonto.

    Che ognuno provasse ad assaporare il giusto ritmo delle cose,dove ascoltare non è noia,dove il silenzio non è tristezza,dove lo stare fermi a guardare non è tempo perso.

    Vorrei che la frenesia,il vortice di tristi volti che non hanno mai spazio per altro fosse un ricordo.

    Vorrei che ognuno guardasse oltre il proprio giardino senza sentirsi eroi, che fosse naturale allargare le braccia,chiedere”scusa”

    Vorrei che questo fosse per l’altro.

    Vorrei che fosse, già da ora.

    E’ possibile,sai.

    Massimo

  • Lettera aperta a noi giovani

    Mi rivolgo ai miei coetanei

    In questa assenza dei corpi sentiamo la necessità di far circolare le parole. Siamo dentro a una grande crisi, difficile, drammatica e dobbiamo viverla, ma in questa frattura sociale possiamo trovare i semi di una nuova umanità. Questo prepotente virus che ci obbliga al nostro domicilio, restate a casa, ci dimostra senza ombra di dubbio che i confini non esistono, non dimentichiamolo quando tutto questo finirà e torneranno visibili a bussare le migliaia e migliaia di persone, povere, disperate, fuggite dalla guerra, dalla fame, dalla povertà, dalla dittatura.

    Non dimentichiamo la fragilità che adesso stiamo provando sarà utile per entrare in reale empatia con loro. Tutti abbiamo visto i treni affollati per scappare da Nord a Sud, perché la paura fa tremare, fa scappare non riusciamo a stare nella paura e cerchiamo qualunque mezzo per scappare che sia un treno o un gommone.

    Di qui in avanti sarà impossibile non tenere conto di quello che più di tutto è indispensabile alla vita: la nostra terra, il rispetto della natura. Il virus ci ha imposto uno stop e così l’aria è di nuovo pulita, i delfini nuotano liberamente vicino ai porti, i canali di Venezia sono limpidi come mai prima.

    Ci dovevamo fermare lo sapevamo, il virus è stato solo l’ultimo dei segnali, Greta ci aveva avvisati  “la nostra casa era in fiamme” e dato che nessuno sembrava interessato a spegnere l’incendio, il 2019 è stato l’anno in cui milioni di giovani sono scesi in piazza per ricordare al mondo che qui siamo ospiti, che le risorse di cui disponiamo non devono bastare soltanto a noi ma soprattutto a chi verrà dopo di noi, alle nuove generazioni. C’è un equilibrio da trovare fra uomo e natura e i giovani possono essere una chiave per interpretare questo passaggio di testimone, dall’antropocene  alla relazione biunivoca tra natura ed essere umano. Il coronavirus, un virus naturale e non creato in laboratorio come qualcuno vuole farci credere, ci riporta alla nostra dimensione umana di vulnerabilità nella quale non siamo i “padroni” ma più semplicemente una parte dell’ecosistema fatto da piante, animali e umani.

    Non potremmo mai dimenticare questo periodo essenzialmente vuoto, per assurdo è accaduto che la mancanza di cose ci ha fatto percepire, toccare con mano ciò che rende la vita ricca, gli abbracci, i baci, le carezze, un semplice “ciao” di un amico.

    Abbiamo camminato piuttosto sereni a un passo dall’isolamento tecnologico, eppure oggi ci mancano le nostre relazioni, riscopriamo il nostro intimo desiderio di umanità, cerchiamo un vero contatto fisico. In questa assenza ci ritroviamo a sperimentare il vero valore delle cose, ne annusiamo l’importanza e a noi giovani oggi spetta il compito più importante di tutti: testimoniare con i fatti e anche con le parole ciò che è stato per fare in modo che tutto ciò non riaccada mai più. Ora lo sappiamo questo mondo deve essere ricostruito su basi reali, su fondamenta solide, come la solidarietà, la fratellanza e l’uguaglianza, temi antichi ma oggi attualissimi.

    Essere giovani nella “vecchia” Italia, quella pre-virus, era uno svantaggio i dati ce lo dimostrano, centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze in esodo verso terre migliori, alla scoperta dell’altro in altri stati, la cosiddetta “generazione Erasmus”, così a modo nostro abbiamo riscoperto il senso del mondo, un mondo unito, composto da innumerevoli diversità che poi alla fine combaciano.

    Questo nuovo mondo deve dare il giusto spazio ai giovani per ripartire in modo diverso e soprattutto rinnovato. Nulla sarà come prima, potremmo avere il desiderio di tornare alla normalità passata, ma sappiamo bene che era proprio la nostra “normalità” il problema. Siamo stati troppo frenetici per riconoscere le cose che non andavano, troppo occupati per dedicarci intensamente a migliorare questa società e noi stessi, questo virus potrebbe farci un grande dono, quello del tempo, un tempo nuovo, desideroso di futuro. Viviamo questa realtà come un’opportunità per rifiorire, proprio nel termine crisi possiamo cogliere una sfumatura positiva in quanto momento di riflessione e discernimento che può mutarsi nel presupposto necessario per un miglioramento, crisi intesa come fattore predisponente al cambiamento, che prepara il futuro su nuove basi.

    Ed è proprio con quest’ultima riflessione sul futuro che vi voglio salutare, Fukuyama vide nel ventunesimo secolo, la “fine della storia” il 1900 si stava per concludere, e in quei 100 anni era successo di tutto, due guerre mondiali, i totalitarismi, la nascita e il crollo dell’ URSS, il muro di Berlino, la bomba atomica. Per Fukuyama il processo di evoluzione sociale, economica e politica dell’umanità avrebbe raggiunto il suo apice con la fine del ventesimo secolo, le grandi narrazioni e i grandi cambiamenti non avrebbero potuto minimamente intaccare il sistema neoliberista, e invece in questo difficile momento notiamo che non è così, l’illusione dell’eterno sviluppo capitalistico si è infranto, ma non c’è da temere, siamo usciti da questo infinito presente e abbiamo cominciato a parlare di nuovo di futuro, costruiamolo insieme nessuno escluso, torniamo a credere in nuovo mondo possibile, un mondo più umano.

    “siamo onde dello stesso mare,
    foglie dello stesso albero,
    fiori dello stesso giardino.”
    (Giancarlo Fabbian)

    Un abbraccio

    Francesco C.

  • Semplicità

    Semplicità è privilegio

    mi sguscio

    divento nòcciolo

    qui con te ritorno terra

    e aria e sole.

    Silvia

  • Vogliamoci bene

    Vogliamoci bene

    Vogliamoci bene ora 

    perchè non potrà esistere nessun altro 

    tempo per farlo così intensamente.

    Vogliamoci bene ora 

    che abbiamo conosciuto la privazione, 

    la paura, lo sconforto, il distacco e  

    sentito la mancanza.

    Vogliamoci bene ora

    e anche dopo.

    Ora che nel tempo del coraggio 

    curiamo i nostri sogni come eroi vittoriosi,

    dopo che saremo attraversati

    dal ricordo del bene perduto.

    Elisa 

  • È tempo…

    Andavamo troppo di corsa…..e per cosa poi?….per arrivare alla fine di giornate tutte uguali, stanche, affannate, solitarie, vuote.

    Abitavamo case con mura troppo alte, quello che succedeva intorno era intorno appunto,…non dentro. Poi un giorno qualunque ci siamo dovuti fermare. Anzi ci hanno fermati. E gli occhi si sono spalancati su una tragedia, nostra. Era dentro di noi.

    Coloro che ci hanno lasciati non sono numeri, non devono essere statistica. Sono persone, sono anime, sono sogni, sono cuori che hanno smesso di battere, da soli. Senza il conforto di un familiare, di un amico. Solo silenzio.

    Se mi chiedessero cosa resta di questa tragedia, io risponderei che negli occhi e nel cuore resta la sfilata silenziosa alle prime luci dell’ alba, dei camion militari con dentro le salme dei defunti.

    E resta la vita che vuole rinascere, frutto non di coabitazione forzate o di solitudine, ma di condivisioni, di cura, di speranza, di tenerezza.

    Da un “tempo di fame”di tutto,  dopo questo cammino potremo trovare un tempo di quiete, di pace, di silenzioso rumore, di amore, di fratellanza.

    Di vita.

    Marilena

    Roma 31/3/2020